Testo fisso

 Per la politica dell'ambiente                                   Chi lotta può perdere,chi non lotta ha già perso! Guevara                                          

Crac della Banca Amabile nel 1926

 

 

banconota 100 lire

 

 

Ricordo i nostri vecchi che, volendo sottrarsi a qualche richiesta di denaro, rispondevano ironicamente: “Per chi mi hai preso? Per la Banca Amabile?”.

Non si riferivano a qualche grosso Istituto di Credito Nazionale, forse non erano mai entrati in uno sportello bancario, ma a una dolorosa vicenda finanziaria iniziata nei primi anni ‘20 nel piccolo comune di Pilcante in Trentino ed ampliatasi in tutto il circondario della Vallagarina.

Ma andiamo per gradi.

La grande guerra era appena terminata e i paesi del sud Trentino cominciavano a ripopolarsi dopo gli esodi patiti durante il conflitto. Nei comuni di Serravalle, Santa Margherita, Chizzola, apparivano devastazioni ingenti e molti danni si riscontravano anche ad Ala, Pilcante e Ronchi.

Nel 1921 ad Ala apriva un ufficio diretto dall’ingegnere agronomo Bigongiari con il compito di procedere a una rapida stima dei danni subiti dalle case, campagne, mobili, bestiame (ivi comprese le requisizioni effettuate dall’Austria) al fine di avviare con urgenza i necessari rimborsi e recuperi. La burocrazia italiana non aiutava di certo e si lamentavano ritardi, corruzione, incompetenza dei funzionari.

Poi cominciarono ad arrivare i primi acconti dei risarcimenti che negli anni 1922-23-24 raggiunsero somme considerevoli, che non tutte furono destinate al ripristino.

La gente non aveva molta fiducia nelle Banche che premiavano i depositi con tassi piuttosto bassi e pativano la presenza nei loro bilanci dei titoli della Corona ungherese per i quali si preventivava un dubbio rimborso; oltretutto la popolazione soffriva per il cambio sfavorevole tra la vecchia Corona Austriaca e la Lira Italiana stabilito dal nuovo regime provocando la svalutazione dei loro patrimoni. E allora meglio andare cauti e nascondere i soldi in casa.

 

 danni di guerra Mezza Passo Buole

Le procedure per il riconoscimento dei danni di guerra interessarono le zone del fronte.

 

In tale situazione operava a Pilcante una signora cinquantenne di nome Amabile E. madre di otto figli di cui ben cinque deceduti.

Gestiva una botteguccia con clientela locale servita da ambulante in tutto il circondario arrivando fino in Vallarsa e Lizzana; gli affari erano altalenanti, la gente stentava a pagare e quindi era costretta a chiedere dei piccoli prestiti per saldare i propri fornitori.

Dapprima si limitava a modesti importi che rimborsava abbastanza regolarmente ma poi, fu costretta ad aumentare le richieste per fronteggiare i debiti contratti prima, ingolosendo i malcapitati con interessi brillanti (anche il 20%) affermando di svolgere un’attività molto remunerativa di contrabbando.

Alla fine il castello di debiti contratti iniziò a vacillare, complice la malattia dell’Amabile che la costrinse a restare a casa e molti creditori andarono a trovarla, non per interessarsi della sua salute ma per avere notizia dei propri affari; sulle scale s’incontrarono con altra gente e piano piano appresero della precarietà del patrimonio dell’Amabile; non esistevano beni immobili o valide garanzie, e il rischio di perdere tutto era molto concreto.

Siamo nell’aprile del 1926 e i giornali scrivevano di un “Indesiderato uovo di Pasqua di Pilcante”. Dopo varie denunce e le prime indagini l’Amabile fu arrestata (poi ebbe arresti domiciliari) e rinviata a giudizio presso il tribunale di Rovereto, e il processo dopo veloci indagini iniziò tre mesi dopo.

 

1930 P.zza S.Martino

 

Folla delle grandi occasioni nell’aula giudiziaria con tanti testimoni e numerosi curiosi che riempivano la sala.

Per prima fu interrogata l’Amabile che raccontò le sue alterne fortune, il suo impegno a risarcire i prestiti perché “voleva parer bona con tutti”. Le cronache dei giornali ci mostrano una donna intraprendente ma fragile, priva di nozioni contabili, che confondeva le Corone con le Lire; non custodiva neppure un registro degli interessi che corrispondeva, affermando “che non serviva tenere un resoconto, tanto la gente veniva di sua spontanea volontà a richiedere gli interessi”.

Qualche volta provocava l’ilarità dei presenti, in particolare quando assicurava che avrebbe “rimborsato in occasione della vincita al Lotto, poiché era la gente che veniva a offrirmi dei soldi e non io a chiederli”.

Una trentina di parti lese si presentò alla corte a testimoniare e a cercare di capire dove erano finiti i soldi. Testimonianza sofferta del parroco don Arturo Angelini che, incaricato da un compaesano, si era recato in casa dell’Amabile al momento della malattia scoprendo che i libretti dati a garanzia non esistevano per niente mentre l’imputata dichiarava che avrebbe pagato tutto con un terreno di Avio.

Quella dei libretti a risparmio dati in garanzia è una storia curiosa in quanto, dopo le testimonianze del direttore della Cassa Rurale e della Banca Cattolica, apparve che tali libretti erano intestati ad altre persone, o portavano cifre corrette grossolanamente a mano dall’imputata o addirittura il saldo rappresentava un debito.

 

1900-Via al ponte

 

I cronisti scrissero di raggiri per oltre Lire 150.000, una cifra enorme per quei tempi, anche se probabilmente i danni furono senz’altro maggiori perché molti preferirono tacere. Tanto per fare un paragone il mantenimento del Ginnasio, a quei tempi completamente a carico Comune, costava Lire 30.000 l’anno.

E arriviamo alla conclusione del processo leggendo il resoconto del Giornale il Nuovo Trentino del 16 luglio 1926 “…L’imputata è incensurata. Il Pubblico Ministero procede a una severissima requisitoria; attraverso un’indagine acuta dei fatti commessi dall’imputata intravede il delitto di truffa e chiede che sia condannata a sette anni di carcere e Lire tremila di multa. La Corte invece, dopo un’ora di consiglio, assolve l’Amabile dal reato di truffa continuata e la condanna invece per gli altri singoli reati tra cui quello di falsificazione libretti risparmio a 2 anni e 5 mesi e dieci giorni di carcere, 700 mila di multa e a rimborsare le parti lese.”.

I giudici compresero che nel comportamento seppur censurabile dell’Amabile non ci fosse un disegno ben preciso di truffa raffinata ma solo grossolana incompetenza; ad attenuante pure lei era stata vittima di qualche raggiro.

Comunque la vicenda ebbe notevoli ripercussioni su molte famiglie che avevano perso tutto e non si risollevarono più; ne patirono anche le Banche locali (soprattutto la Banca cattolica) pure loro esposte verso la “Amabile”. Una storia triste e dolorosa, in tempi economicamente difficili, che prefigurava quello che sarebbe successo di lì a pochi anni con la crisi del 1929 e il fallimento di tante banche provocando l’azzeramento dei depositi dei clienti.

L’Amabile nel frattempo perse la proprietà, pignorata e messa all’asta dal Tribunale, il cui ricavato servì probabilmente a pagare le sole spese processuali. Morì nel 1947 a settantuno anni, e purtroppo vide i figli, eccetto uno, scomparire prima di lei.  

 

Azzolini Mario

Foto Cavagna Marcello e Brusco Enrico – cronache da giornali locali.

crisi 1929

La folla all’uscita dalla Borsa di New York il giorno della crisi 29.10.1929