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Presto si userà il biochar in agricoltura

 

Gli studi e la sperimentazione attestano la sua validità, ma il Ministero dell’Agricoltura ne vieta l’impiego in agricoltura. Il riconoscimento del biochar come fertilizzante/ammendante è, così, una priorità per l’attività di ICHAR, Associazione Italiana Biochar che dal 2009 riunisce ricercatori, aziende, amministratori pubblici, ortolani, associazioni, studenti, certificatori ambientali e universitari che sostengono la ricerca sul biochar anche realizzando progetti di sperimentazione in campo agricolo ed energetico.

Il biochar, carbone creato dalla pirolisi della biomassa, potrebbe rappresentare una nuova tecnica per gestire i residui vegetali (inclusi gli scarti di lavorazione del legno) in alternativa alla combustione (che produce immediatamente grosse quantità di CO2), all'interramento dei residui secchi e anche al compostaggio, da cui si origina humus stabile destinato però alla progressiva decomposizione nel giro di alcuni anni. Inoltre il riutilizzo dei residui anziché la coltivazione di piante a rapida crescita per la produzione di biochar ed energia, evita la competizione con la produzione di derrate alimentari.

Ma il termine “nuovo” riferito al biochar non è propriamente corretto, dal momento che si tratta di una tecnica agricola praticata in Amazzonia dalle civiltà indigene pre-colombiane (tra 2400 e 600 anni fa), dove alcuni terreni si sono rivelati fino a 70 volte più ricchi di biochar dei terreni circostanti. Perché quello che oggi chiamiamo biochar è l’antica “Terra preta”, la Terra Nera che gli indios utilizzavano come fertilizzante, un materiale carbonioso prodotto dalla combustione incompleta di parti vegetali introdotte volontariamente nel terreno dalle popolazioni locali, come spiega Franco Miglietta, ricercatore dell'IBIMET-CNR e presidente di ICHAR.

Miglietta ha calcolato che se il biochar venisse adottato da tutta l’agricoltura italiana, il paese toglierebbe dall’atmosfera 45 milioni di tonnellate di CO2 l’anno, ossia più di quanto richiede il Protocollo di Kyoto. Secondo i suoi studi, fino ad un secolo fa i suoli agrari italiani contenevano 130 tonnellate di carbonio per ettaro, mentre oggi quasi la metà. Secondo il ricercatore, aggiungendo 700 chili di biochar all'anno, si potrebbe aumentare la loro fertilità e immagazzinare lì per secoli l'anidride carbonica che le piante hanno preso dall'atmosfera per crescere. E va anche evidenziato che quei 700 chili di carbone vegetale si potrebbero semplicemente ottenere attraverso la pirolisi, ad esempio, di due tonnellate di potature d'olivo che si producono solitamente per ogni ettaro.

Il biochar, quindi, è ricco di potenzialità e di relative ricadute positive in termini di mitigazione del cambiamento climatico e di valorizzazione delle risorse dai punti di vista ambientale, agricolo ed energetico. Per questo  ICHAR ha deciso di intraprendere un percorso per arrivare al suo riconoscimento come ammendante per l'agricoltura. Alcuni soci hanno già incontrato più volte i funzionari del Ministero dell'Agricoltura, per capire i passi da fare fino alla redazione dell’istanza che l’Associazione presenterà al Ministero per il riconoscimento formale del biochar come ammendante.

Da www.energoclub.org

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