Testo fisso

 Per la politica dell'ambiente                                   Chi lotta può perdere,chi non lotta ha già perso! Guevara                                          

Giardini con rovine nel territorio alense:

i Castelletti

 

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“Un’oasi di quiete e bellezza in cui il tempo è sospeso e il pensiero si fonde con la natura, le sue regole, i suoi capricci, le sue “delizie” ora spontanee ora costruite. Così doveva apparire quel luogo ameno alla metà dell’Ottocento quando gli agrimensori imperiali lo delinearono sulle mappe catastali, tracciando semplici linee e dipingendo un’immagine di grande suggestione, uno scenario idilliaco oggi faticosamente rintracciabile nel paesaggio moderno. Era uno splendido e lussureggiante giardino “all’inglese” quello immerso nella campagna delle Bastie un’area situata poco distante dal centro della cittadina di Ala, lontano dagli affollati palazzi e dalle chiassose vie selciate”.

 

Inizio questo breve contributo con alcune righe desunte dal mio saggio recentemente apparso sulla rivista di Studi Trentini di Scienze Storiche per creare un suggestione nel lettore in grado di evocare una realtà ormai lontana.

 

Il fenomeno dei Castelletti ossia dei Giardini con Delizie, che ho così definito perché si tratta proprio di un caso singolare e diffuso, interessò la cittadina alense agli inizi dell’Ottocento e vide la creazione di contesti paesaggistici straordinari.

 

Il mio intento in questa sede è di far conoscere l’importanza e la preziosità di quei pochi elementi che angora oggi sopravvivono all’incuria del tempo e dell’uomo. Premetto che il fervore culturale e sociale che investì Ala nei primi decenni dell’Ottocento, trovava i presupposti nelle fortune economiche acquisite dalla nobiltà locale con la produzione ed il commercio del velluto di seta, un’attività che diede a poche e potenti famiglie una grande disponibilità finanziaria che permise, tra l’altro, l’ avvio di un vasto programma edilizio destinato a cambiare il volto della cittadina.

 

Tra il 1730 e il 1770 sorsero molti palazzi in attardato stile barocco, riccamente ornati con stucchi e affreschi; la raffinatezza e il gusto espressi nelle stanze e nei saloni di queste dimore, ne fecero la meta privilegiata di sovrani e illustri ospiti in viaggio verso le corti di Innsbruck e Vienna. Qui la nobiltà alense, che nel tempo aveva saputo unire agli interessi economici la passione per le lettere, le arti figurative e la musica, aveva dato vita ad un ambiente ospitale e godibile.

 

È in questo contesto che nascono sodalizi importanti per gli illustri casati cittadini (de’ Pizzini, Malfatti, de’ Gresti) tanto in ambito politico quanto in quello accademico; contatti con ambienti ricchi e colti che portano gli esponenti di queste famiglie a conoscere mode e tendenze in voga in Italia e all’estero.

 

E in tal senso sembrerebbe assumere un ruolo fondamentale Antonio Giuseppe de’ Pizzini (1767-1821) già membro dell’Accademia Clementina di Belle Arti, uomo di grande intelletto, che possedeva una pregevole biblioteca, ereditata dagli avi, comprendente volumi rari di architettura, arti applicate, agricoltura e botanica, tematiche che lo avevano fatto avvicinare alle nuove concezioni che si andavano diffondendo in Italia settentrionale circa la costruzione dei giardini all’inglese.

 

L’arte del Landscape Garden, ovvero del giardino informale o paesaggistico, fu introdotta in Italia sul finire del Settecento ma, come è noto, fu compiutamente teorizzata da un personaggio di spicco della società milanese, Ercole Silva (1756-1840) che nel 1801 pubblicò uno specifico trattato – Dell’arte de’ giardini inglesi – dove illustrava i caratteri salienti di questa nuova tendenza, appresi durante i suoi viaggi in Inghilterra. E proprio ripercorrendo quegli insegnamenti la famiglia de’ Pizzini realizzò uno straordinario giardino all’inglese in un terreno di loro proprietà alle Bastie, ben documentato nelle mappe catastali.

 

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   Fig. 1

    Rilievo originario

   fogli mappa nn.9-15, 1859.

   Catasto Asburgico, Distretto

   Rovereto (Ala-Ronchi)

   Ufficio del Catasto di 

   Rovereto 

 

  

In un rilievo di campagna eseguito nel 1859 dagli agrimensori dell’impero asburgico, impegnati nel censimento delle particelle fondiarie ai fini della perequazione fiscale (fig. 1), vengono tratteggiati oltre agli elementi vegetali, una grande grotta all’interno del parco ove campeggia anche la scritta “Englische Anlage” – sistema, impianto inglese – e a margine foglio, timidamente delineata, la silhouette di un tempio greco. 

 

 

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    Fig. 2 -  Il tempietto di Diana ,  Bastie 1970  -   Archivio: Otto Tomasoni

    

 

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 Fig. 3 -     La torre del Castelletto alle Bastie, 1955 -  Archivio: Armando Debiasi

 

Sono elementi a noi oggi noti attraverso alcune immagini storiche: il tempietto dedicato a Diana, la torretta, gli ambienti ipogei (figg. 2-3).

 

I Castelletti alle Bastie nascono già come costruzioni in stato di rovina con un apparente richiamo alle architetture medievali, i cui elementi strutturali vengono ripresi e reinterpretati dal Gothic Revival, un movimento che trova la sua massima espressione proprio nella realizzazione di fantasiosi edifici inseriti nei giardini paesaggistici.

 

Per necessità di sintesi mi limiterò a dire in questa sede che gli elementi ancora presenti sulla torretta superstite dei castelletti delle Bastie (graffiti, stemma, affreschi sulle pareti interne) richiamano un preciso programma iconografico dettato “dall’arte di costruire giardini all’inglese” e i cui motivi rimandano a miti antichi e a mondi medievali.

 

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   Fig. 4

    L' edificio rustico e la falsa

   rovina con fregi all' antica

   al Cerè, 1970

   Archivio: Associazione

   tutela del territorio - Ala

 

 

Vi sarà chiaro che per spirito di emulazione anche le altre famiglie nobiliari di Ala crearono a loro volta contesti paesaggistici con elementi fantasiosi, false rovine, giochi d’acqua e casini di delizia.

 

In località Cerè, immerso nella campagna ed in stretta relazione con il fiume Adige, i Malfatti realizzarono una serie di edifici i cui caratteri architettonici ripropongono i motivi propri dell’arte del giardino inglese: il casino rustico si affianca alla rovina neogotica con fregi all’antica, il villino di gusto ecclettico sorge accanto alla colombaia. Uno spazio dedicato alla quiete e al riposo di cui oggi ci rimane testimonianza solo nelle foto storiche (figg. 4-5).

 

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 Fig. 5 -  I Castelletti al Cerè, 1920 - Archivio: Otto Tomasoni

 

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Fig. 6 - La facciata con elementi neogotici del complesso edilizio di Pozzo Alto - Archivio: A. Azzolini

 

Capirete che si tratta di un gusto che si diffonde velocemente e in contesti diversi: ci basti pensare alle località di villeggiatura dove la nobiltà riproponeva temi e modelli costruttivi già sperimentati ad Ala nei casini, nelle rovine, nelle torrette dei giardini cittadini.

 

I masi sorti nelle località di ristoro (Prabubolo, Pozzo Basso, Pozzo di Mezzo e Pozzo Alto) furono riconfigurati secondo queste mode ed il caso più rappresentativo è costituito proprio dal complesso di Pozzo Alto, esemplare edificio dai caratteri neogotici (fig. 6).

 

In altri giardini alensi vi sono ancora labili segni di questo stravagante gusto: a palazzo Malfatti-Azzolini, con le voliere e i giochi d’acqua; a Palazzo Malfatti -Scherer con il vezzoso villino che chiude la stagione neogotica ed anticipa quella liberty.

 

Ed ancora con il “casino di delizia” del Perlè di cui oggi poco si percepisce del suo antico pregio. Fu costruito tra il 1811 ed il 1838, come testimonia la cartografia storica (fig. 7). Il piccolo edificio sorse proprio seguendo quell’ondata rinnovatrice che portò ad Ala la moda del giardino all’inglese. Era inserito nel brolo di palazzo de’ Gresti di via Carrera, allora di proprietà del nobile Gaetano.

 

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Fig. 7 - Particolare della "Topografia del Canale della Roggia di questa città" di Francesco Soini, 1838

Biblioteca comunale di Ala, Fondo storico

 

Il casino, la cui tipologia rimanda a confronti noti già nel Cinquecento (mi riferisco a quelli di Isola presso l’antico abitato di Pontelagoscuro nel ferrarese), sorgeva in un singolare contesto paesaggistico: era circondato da un orto-giardino, si affacciava sul torrente Ala con una vista privilegiata sulle Piccole Dolomiti, ed era in prossimità della porta urbica detta dell’Acqua (fig. 8).

 

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   Fig. 8

    Ala, Trentino,

   Vallata dei Ronchi

   cartolina viaggiata del 1910.

   Archivio: Enrico Brusco

   

  

 

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   Fig. 9

    Ala, Panorama, cartolina

   viaggiata del 1930.

   Archivio: privato

 

 

Un luogo appartato rispetto al centro storico con cui pure manteneva una stretta relazione appartenendo di fatto alle pertinenze del grande palazzo de’ Gresti di via Carrera. Un edificio, che sorto come spazio di svago e ristoro lontano dagli affanni quotidiani, offriva un posto godibile e appartato in cui ritirarsi nelle calde giornate estive per gustarsi la frescura che il torrente Ala offriva. Un luogo dunque di piacere in cui ancora una volta le delizie naturali si intrecciavano con quelle artificiosamente costruite.

 

Un posto deputato all’otium, al piacere, un termine insito nella natura stessa di questo tipo di costruzioni – dette appunto casini di delizia, e che nel corso del tempo ha connotato il piccolo edificio, noto tra gli alensi come “El casim”, talvolta anche con valenza spregiativa.

 

Oggi il paesaggio antico è profondamente mutato e risulta estremamente difficile percepire gli elementi di pregio di quell’edificio, la sua storicità, la sua importanza proprio quale testimone in ambito Trentino di un  fenomeno di grande portata come fu quello del Landscape Garden.

 

Ancora una volta è la fotografia degli inizi del Novecento ad aiutarci nel difficile compito di recuperare la memoria. Immagini straordinarie che ci mostrano il grazioso edificio, le sue bifore, i suoi portalini neogotici, il suo inconfondibile motivo decorativo a becchettello, il suo contesto originale (fig. 9). Un luogo ora stravolto, irriconoscibile, depauperato del suo significato più vero, ma non ancora completamente perduto e in cui, sguardi attenti, possono ancora individuare le tracce del passato.

 

Nostro dovere è riconoscere queste tracce, comprenderle, difenderle e “raccontarle”, per garantire loro un futuro nel proprio contesto d’origine, con la consapevolezza che sono parte integrante della nostra storia, oltre a esempi unici nel territorio Trentino.

 

Annamaria Azzolini

 

Per tutti i riferimenti bibliografici, cartografici e documentari e per la trattazione specifica degli argomenti qui solo accennati rimando a:

A. Azzolini – A. Quendolo, Giardini con rovine nel territorio alense: i Castelletti, in Studi Trentini di Scienze Storiche. Arte, a.95 , 2016, nr.2, pp. 337-365

 

 


Annamaria Azzolini

Archeologa medievista, lavora presso il Museo Castello del Buonconsiglio di Trento dove cura la collezione archeologica e segue la formazione dei laureandi in archeologia medievale dell’Università di Trento.

Ha fatto parte del gruppo di ricerca del Progetto provinciale A.P.S.A.T – Ambiente e paesaggi dei siti di altura trentini - e si è occupata della ricerca sulle chiuse altomedievali e medievali della Vallagarina e sull’ iconografia dei castelli trentini.

Ha collaborato con l’Università di Padova nelle ricerche finalizzate al censimento dei castelli trentini e delle chiese medievali ante 1350; è membro del consiglio direttivo dell’ Associazione culturale RFA (Ricerche Fortificazioni Altomedievali) e dell’ICOM (International Council of Museums); è socio ordinario della SAMI (Società degli Archeologi Medievisti Italiani), del Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto, della Società di Studi Trentini di Scienze Storiche.

Ha partecipato a campagne di scavo in territorio italiano, ad indagini su complessi edilizi storici presenti sul territorio trentino; ha svolto attività seminariali presso l’Università di Trento – Dipartimento di Lettere e Filosofia e Dipartimento di Ingegneria – vertenti sulle ricerche recentemente condotte; ha partecipato a convegni su tematiche inerenti l’archeologia degli alzati. Ha all’attivo numerose pubblicazioni specialistiche.

Attualmente svolge ricerche sulla rappresentazione dei castelli negli estimi catastali, sui materiali medievali provenienti da siti castellani, sui siti fortificati trentini con particolare riguardo alle strutture di chiusa. 

 

Commenti   

 
# Rizzi Luciano 2017-10-16 09:34
complimenti per lo scritto. Una maggior attenzione da parte della PAT dagli anni 2007 al 206 avrebbe potuto determinare effetti diversi ma nonostante indicazioni e avvertimenti anche documentali, un insolito silenzio ha accompagnato questi reperti prima verso l'oblio e ora alla loro distruzione. Loro perchè le speranze di salvaguardare quello del parco delle Bastie sono ridotte. Ricordare la morte - avvenuta in quest' ultimo - di tre giovani nella giornata del Corpus domini del 1945, ponendo magari con una piccola targa potrebbe essere un modo per riappropriarsi della memoria
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