Testo fisso

 Per la politica dell'ambiente                                   Chi lotta può perdere,chi non lotta ha già perso! Guevara                                          

 CRONACHETTA  ECCLESIASTICA Dl PILCANTE

 

COMPILATA DAL  PADRE ILARI0 DOSSI CAPPUCCINO

 

Nelle fauste nozze CESARE BRUSCO, ARGIA PEDROLLI,

Pilcante,Gardolo, 2 ottobre 1922

 

                                                 

 

 

Caro Cesare!

I sensi d’affettuosa stima che a Te mi legano; la simpatia che o sempre nutrito per il Tuo paese nativo; l’amore e il desiderio di far rivivere le antiche memorie del nostri villaggi; m'indussero a raccogliere e sistemare queste poche notizie storico‑ecclesiastiche di Pilcante per dedicarle a Te, nel fausto giorno, nel quale Tu, innanzi all’altare di Dio, con giuro solenne, prometti inestinguibil fede e amore, all'Eletta del Tuo cuore, Argia Pedrolli.

Ecco il tenue presente ch'io Ti fo', in questo giorno memorando: accettalo; in una ai caldi voti onde l'accompagno, augurando che al Tuo matrimonio sia riservata, inseparabilmente, per lungo corso di anni, quella felicità che è forte desio di tutti i cuori.

 

Settembre 1922                                                                        P. ILARIO DOSSI capp.

 

 

 

                            Fonti storiche e sussidiarie

 

Tavola esplicativa del metodo usato per le citazioni in questo lavoro. I numeri romani indicano le singole fonti; gli arabici il volume e la pagina.

 

Archivio Vescovile di Verona

atti visitali

II°

Archivio Vescovile di Verona

vol. “Pilcante”

III°

Archivio Vescovile di Trento

atti visitali

IV°

Archivio Vescovile di Trento

altri libri

Archivio Parrocchiale di Pilcante

 

VI°

Tovazzi

Topografia Lagarina

VII°

Tovazzi

Parochiale tridentinum

VIII°

Mutinelli

Statistica della Vallagarina

IX°

Perini

Statistica del Trentino

Oberziner L.

La diocesi di Trento nei suoi primordi

 

 

                     Cronachetta ecclesiastica

                                  di Pilcante

 

Nell'accingermi a narrare la cronaca ecclesiastica di Pilcante, vorrei poter dire con precisione, quando, come e per opera di chi, il paese, rigettate le superstizioni del paganesimo, abbraccio e professò la religione di Cristo. Ma questa soddisfazione non ci è consentita per l'assoluta mancanza di documenti positivi di cronologia e di storia. Forse gli abitanti di Pilcante, paese indubbiamente assai antico 1, posto come è sull'antica via di passaggio (X°, 65), ebbero i primi sentori della novella religione da qualcuno dei soldati delle milizie romane, che per questa ed altre vie si portavano a tenere in soggezione i popoli settentrionali. Forse ne udirono parlare dalla gente dell'altra sponda dell'Adige, convertita, probabibmente prima, al cristianesimo. Ma queste, come altre, sono semplici supposizioni, che è appena lecito formulare. Quello che si può ritenere ed affermare, senza timore d'andare troppo lontani dal vero, e, che i popoli formanti l'antica comunita eeclesiastica di Brentonico, alla quale appartenne da tempi immemorabili il paese di Pilcante 2  abbiano conosciuto e ricevuto il cristianesimo negli ultimi dieci anni del secolo quarto, per opera del grande apostolo e martire s. Vigilio, vescovo di Trento; cioè fra il 390 e il 400 dell'era volgare. Questo zelantissimo presule infatti, dopo aver convertito alla fede di Gesu Cristo una gran parte dell'odierno 'I'rentino, dietro invito dei vescovi di Verona e di Brescia, uscì animoso dai confini della propria diocesi, e corse ad evangelizzare le popolazioni del Veronese e del Bresciano, che, specie nella campagna, fuori, lontano dalla citta, erano ancora avvolte nelle superstizioni del gentilesimo, fondandovi piu di trenta comunità ecclesiastiche o chiese.

Ora, siccome i paesi che sorsero ai piedi e sui fianchi orientali del Montebaldo, dipendevano, nei primi cinque secoli cristiani, dalla podesteria della citta e dalla dioccsi di Verona, e confinavano inoltre immediatamente col vescovado di Trento, “è evidente—scrive il dottissimo Lodovico Oberziner (X°, 61)—che Vigilio, dopo aver conquistato alla fede la città e il distretto, a salvaguardia della propria diocesi, dovesse provvedere alla conversione di Brentonico e di Avio, di Arco e Riva, delle valli della Sarca e del Chiese, prima ancora di quella dell'Anaunia”.  Non potremo noi perciò credere, che, la istituzione e formazionc della chiesa di Brentonico, possa essere stata una, e forse la prima, delle molte che Vigilio fondò entro i limiti della diocesi veronese?

Convertiti, piu velosimilmente in tal maniera, gli antichi abitanti di Pilcante, in unione a quelli di Brentonico e di Avio, col volger del tempo sentirono pur essi il bisogno di aver una propria chiesiola, nella quale soddisfare piu comodamente ai doveri religiosi.  Costruita, quindi, merce le offerte spontanee delle famig]ie componenti il villaggio d'allora, essa divenne, e forse fu la piu antica delle numerose filiali di Brentonico. In quella si raccoglievano a pregare, o soli o assistiti da qualche sacerdote mandatovi, di quando in quando, come s'usava in quei lontani secoli, dal vescovo diocesano o dal parroco, a coltivarli e confermarli nella fede cristiana. Finchè, cresciuta la popolazione, e venuto meno, forse raffreddatosi quel fervore che, sul principio, portava i fedeli, anche i piu discosti, alla chiesa matrice e perfino alla sede vescovile, per partecipare ai divini misteri, anche i Pilcantesi chiesero, e ottennero, di avere un sacerdote stabile, nel paese, che li guidasse. Fu cosi indubbiamente, che, come succedeva dovunque, sorse, anche nel nostro villaggio, la prima cappella, e poscia la cura d'anime.

Quando avvenne tutto ciò? Se per via di deduzione si è potuto fissare una data quasi certa della conversione di Pilcante al Vangelo del Salvatore, sarebbe troppo azzardoso pretendere di stabilire con precisione, non che l'anno, ma neppure il secolo, nel quale siasi costruita la prima chiesetta, e abbia potuto formarsi a cura d'anime. Con tutto ciò, la distanza dalla chiesa matrice, le difficoltà delle strade, ed altre circostanze, ci lasciano pensare che, fra tutti i paesi componenti l'antica arcipretura di Brentonico, Pilcante sia stato il primo a veder sorgere nel proprio seno e l'una e l'altra. Questa opinione trova appoggio fors'anco nel fatto, di non trovarsi mai notato negli atti visitali, che gli arcipreti di lassù, mandassero anche a Pilcante, in certi giorni e tempi particolari , un proprio cappellano, ad esercitarvi la cura d'anime, come è detto espressamente delle altre chiese figliali. E nemmeno èforse inutile, in questo riguardo, rilevare la circostanza, che gli stessi pievani, nelle informazioni che davano al Vescovo in occasione di sacra visita sullo stato della loro chiesa, parlano di quella di Pilcante come di cosa a se, separatamente dalle altre, benchè ci tengano a dichiararla  “cappe11a  p1ebis Brentonici”.

Anche circa le origini della chiesa di s. LuciaVergine e Martire, restiamo affatto all'oscuro: la sua erezione si perde nelle tenebre dei tempi. Essa sorge a mezz'ora da Pilcante, nel paesello omonimo, sulla strada che porta alla Chizzola, ed è soggetta alla parrocchia di Pilcante.  Il Perini  (IX°, p. 383), e don Muttinelli (VIII°, p. 22l), credono ch'essa sia una delle piu antiche fabbriche del Comune. Nella struttura essa è, non vi è dubbio, tale è quale fu ideata e costruita in origine; ad un solo altare di legno, con portatile, e la statua della Patrona, pure di legno; nessun accenno mi venne fatto di scoprire, il quale parli di modificazioni apportate posteriormente alla sua forma e alle sue proporzioni primitive. Prima del 1312, pare che nella vetusta casetta annessa e di pertinenza della stessa, abbiano abitato i monaci Templari, soppressi in quell'anno stesso. D'allora in poi essa divenne un eremitaggio3, dei cui ospiti in progresso noi potremo conoscere qualche nome. Nei tempi trascorsi, la chiesa di s. Lucia godette anche fama di un piccolo santuario, al quale accorrevano, dai paesi della bassa Vallagarina, i divoti, specialmente nella festa della santa Patrona, 13 dicembre, per deporre a suoi piedi i loro voti e implorare da lei, insieme ad altri benefici spirituali, la preservazione o la guarigione dai mali di occhi (VIII.° 224).

Per avere, ad ogni modo, notizie certe e sicure sulle vicende storico‑ecclesiastiche del nostro paese, è necessario discendere fino al principio del secolo XIV°.

 

 

L'antica chiesa di S. Martino

 

Quali proporzioni e forme architettoniche presentasse l'antica chiesa, non è, del pari, possibile preccisare; e i pochi dati a noi pervenuti in questo riguardo a mezzo degli atti visitali, che del resto sono posteriori al 1400, bastano appena a darcene una scarsa e vaga idea. Sappiamo ch'essa aveva il portico o atrio esterno, il campanile, la sacrestia, il battistero, che giaceva in una cappellina chiusa da un cancello di legno, e in progresso, piu altari.

Il primo e piu antico documento scritto, che accenni ad una chiesa di s.Martino in Pilcante, e che costituisce certa prova ch'essa esisteva già da tempo, è il testamento di Guglielmo Castelbarco, dettato il 13 agosto 13l9. Fra le altre disposizioni prese da questo munifico signore, v’è la donazione di case e campagne fatta alla nostra cappella4: “Item relinquo ecclesiae sancti Martini de Pilcanto unum Vineale iacentem in Pilcanto et eius pertinentiis”.5  Qui il donatore non specifica l'ammontare della sua elargizione: non determina quali e quanti sieno i beni passati con quest'atto generoso a s. Martino. Forse sono in tutto, o certamente in gran parte, quelli che ci vengono descritti in un atto di locazione del 1339. In quest'anno infatti, don Donato, arciprete di Brentonico, per mezzo d'un certo notaio ser Aldrighetto, rinnova l'affitto di due case con campagna, in Pila, e ben altre 29 pezze di terra, di spettanza della chiesa di Pilcante, giacenti in varie località del Comune (V.°)6.  Da questa affittanza, che scadeva ogni decennio, l'amministrazione della chiesa ritraeva, annualmente, due minali di frumento, due di segala, sette quarte di miglio e altrettante di panìco; piu dieci soldi di buona moneta veronese e una mezza pasta ( ?). In documenti dol 1340 (VI.°, p. 203, n. 311), il paese di Pilcante è detto pertinente della pieve di Brentonico “plebatus Brentonici “.

Fino a quest'epoca però, nessun curator d'anime ci è dato di conoscere nel nostro paese. Il primo, del quale si fa menzione, è un certo:

l. Don Antonio fu Giacomino nativo di Mantova. Egli comparisce, come prete del luogo “presbyter dictae villae Pilcanti”, fra i testimoni, ad una riunione, o Regola, dei capifamiglia e dei maggiorenti del paese, tenuta nella casa d'un certo mastro Gabriele l'undici giugno 1374; allo scopo di chiedere al signor Alberto fu Guglielmo Castelbarco, padrone di Pilcante, l'approvazione e conferma d'uno statuto, appositamente redatto, affin di togliere i disordini dal paese (VIII.°, p.222; IX.°, p.384)7. Non è espresso, ch'egli fosse investito dell'ufficio di curator d'anime; tutto però fa credere, ch'ei si trovasse sul posto appunto per esercitarvi il sacro ministero sacerdotale. Alla distanza di oltre 60 anni dopo, ne troviamo un secondo di nome:

2. Don Armano di Messina ‑ de Mexina ‑ il quale, come rilevasi dall'opera citata del Tovazzi, nell'anno 1438, era cappellano di Pilcante “fuit cappellanus in Pilcanto”. Ma di questi due nient'altro sappiamo: e solo quind' innanzi, sui loro successori, potremo avere notizie meno scarse.

Nel 1456 era rettore di Pilcante un:

3. Don Domenico Giovanni monaco benedettino professo nel monastero di San Lorenzo in Trento, con lettere comendatizie autentiche del suo legittimo abate e che furono riconosciute buone. Non è detto da quanto tempo ei si trovasse sul luogo.

Sotto di lui, l'undici ottobre di quest'anno, monsignor Ermolao vescovo di Verona, visita la chiesa,  “curata”, di s. Martino in Pilcante, cappella plebis Brentonici. Essa possedeva il fonte battesimale, la sacrestia e il campanile; e come deposero alcuni dei principali del paese, a ciò interpellati dal sacro visitatore, era curata. Ciò riconobbe e confermò anche il pievano di Brentonico, nelle informazioni, che il giorno dopo, dava al vescovo, giunto pure in visita lassù, asserendo espressamente che in Pilcante, v'era già un sacerdote con sede fissa, e stabilmente: “est sacerdos institutus”. Il nostro paese dunque, prima di quest’anno, era sorto a curad'anime indipendente. Per ciò che riguarda il corpo dellachiea, venne osservato che esa era assai piccola “satis tenuis”; e che non era ancora fornita del luogo destinato a custodire le sacre specie eucaristiche. I1 rettore, interrogato in proposito, disse che non esisteva consuetudine di tenere l'Eucaristia in chiesa; mancanza questa che il vescovo riprovò altamente come cattiva, “tamquam malam” imponendo che quind'innanzi si dovesse  “omnino” conservare perpetuamente il SS. Sacramento, come era di diritto, essendo quella una chiesa  “curata” “cum dicta eclesia sit curata”. Essa godeva allora una rendita annua di 16 ducali; non possedeva legati “ad pias causas”, nè alcun fondo apposito per la conservazione della fabbrica, alla quale provvedeva il popolo. Il curato andava a celeblare anche alla Chizzola, avendo un beneficio esiguo, quantunque questa chiesa appartenesse alla diocesi di Trento. Il mobilio di s. Martino consisteva in un calice e patena tutto argento, e un altro con coppa e patena d'argento e il piede di ottone;  una croce di legno inargentata; cinque tovaglie d'altare, tre pianete, una delle quali di santa Lucia; un campanello; un gonfalone; due messali, uno dei quali vecchio e di nessun valore; un graduale da canto, ecc. Pare che siasi ordinato, eziandio, di dare maggior luce all'altar maggiore, aprendo una finestra più ampia.

Della chiesa di s. Lucia si disse, che aveva un campanile non grande ma piccolo, con una “campanela bona”. Nell’attigua  chiesetta “assai buona”, abitava un colono, il quale, per lire otto e mezza teneva in affitto certe terre vicine, di ragione della chiesa (I.°, p.57).

In quest'occasione, il sacro visitatore, saputo che tra Alberto fu Nicolò Saiani di Pilcante, “de Applicanto”, e certo Antonio Vicomano, consanguinei, regnava forte inimicizia, li fè' venire a sè, e colla calda e santa sua parola, riusci felicemente a rappacificarli (I°, p. 57).

Presumibilmente nello spazio di tempo che trascorse fra questo rettore benedettino e il. suo successore, ci tu un altro sacerdote, nella persona di certo:

4. Pre Gerardo, il quale si dice esplicitamente rettore di s. Martino, “rector dictae ecclesiae”. Egli infatti, in un'epoca non precisata, ma certo anteriore al 1501, a mezzo del notaio Costantino Malfatti di Ala, affitta, per l'annuo prezzo di soldi venti di buona moneta di Verona e un paio di polli, un pezzo di terra, giacente in contrada Soarino, “in ora soarini”, e pertinente alla chiesa, o piu precisamente all'altare di s. Nicolò (V.°).

Nel 1489 comparisce rettore del nostro paese un:

5. Don Cristoforo fu Giovanni. Egli, nella suddetta veste, in data 25 luglio di quell'anno, affitta a ser Antonio fu Fazio “q. ser Fazii”, di Pilcante, 17 pezze di terra pertinenti alla chiesa di s. Martino.

Dopo di lui, sotto gli anni 1501 e 1505, è ricordato un altro rettore, di nome:

6. Don Pietro fu Bartolomeo da Marano, “de Marano”, (V.°). Durante il suo governo, e precisamente nel 1519, certo Pietro Antonio fu ser Benedetto Saiani di Pilcante, dettava il proprio testamento, nel quale, in segno di riconoscenza e di ringraziamento a Dio, per essere stato liberato dalla prigionia, nella quale era caduto durante la recente guerra con Venezia, legò 100 ducati, ordinandn che venisse rifatto con essi, “de novo”, l'altare di s. Nicolò, esistente nella chiesa di s. Martino, e trasportato in un altro posto, fondandovi inoltre due sante messe annue perpetue (V°.).

Alla sua morte, o all'eventuale suo ritiro dalla cura d'anime di Pilcante, don Pietro, ebbe, quasi certamente a successore immediato:

7. Don Gianfrancesco Betta, arciprete di Mori. Non si conosce in qual anno ei sia stato investito della nostra chiesa. Egli occupava la sede di Mori fin dal 1515. Come rettore di Pilcante e nominato la prima volta in atti visitali del 1530; e si sa ch'egli reggeva spiritualmente il nostro paese a mezzo di suoi procuratori. Primo, forse, di questi, troviamo, nel 1525, il cappellano don Pietro Betta, morto, pare, di lì a poco. Dall'inventario, assiunto nel settembre di quell'anno, in occasione di visita pastorale, si rileva, che il corredo della chiesa restava quasi lo stesso che era nella precedente, facendosi menzione soltanto, in più, di due candelieri di ferro, due altri di legno, d'un secchiello dell'acqua santa (I.°, F. p. 41). Un don G. Francesco di Cologna. nel 1527, rilascia a certo Antonio de Fazi di Pilcante, ricevuta di pagamento d'un livello ch’ei doveva alla chiesa di s. Martino. Costui lo conosciamo solo per questo fatto; ne' ei dice in qual veste fosse lì; ma parmi si debba supporre, ch’ei tenesse leparti di vicegerente del rettore ordinario (V.°). Cinque anni piu tardi, il 30 maggio (?) 1530, il presule diocesano tornava a visitare la chiesa di Pilcante. Essa aveva una rendita di 18 ducati, ed era ufficiata da don Antonio de Madiis; il quale percepiva, per questo, dal rettore 17 ducati. Dalle informazioni avute in questa circostanza, si dovette conchiudere, che i severi ordini impartiti dal visitatore 74 anni prima, e concernenti l'obbligo di tenere e conservare sempre, in chiesa, l'Eucaristia, in gran parte eraro restati lettera morta, essendosi constatato che il Santissimo, ora, tenevasi soltanto nelle ottave delle feste occorrenti fra l'anno. Venne quindi rinnovata l'ingiunzione, e insieme fatto rigoroso precetto di far approntare all'uopo il sacro tabernacolo. Si raccomandò inoltre di eguagliare al suolo i rilievi della sepoltura dei cooperatori, che si trovava entro la chiesa di s. Martino. Il mobilio s'era accresciuto d'un ostensorio di vetro e d'un altro di legno dipinto; d'una croce in legno, pure dipinta; di due camici, d'un baldacchino; d'una pianeta ecc. La cappella di s. Lucia godeva un'eutrata annua di 3 ducati, e abbisognava di ripalazioni. A prestare queste si offrì certo  Lorenzo Cavagna di lì, purchè gli fosse concesso di poter usufruire all'uopo delle elemosine che si raccoglievano in essa. In questo senso si espresse col sacro visitatore,  il quale annuì alla dimanda, ponendo la condizione però, che le offerte da raccogliersi venissero conservate in una cassa a due chiavi, da tenersi, l'una dal Cavagna e l'altra dal fabbriciere, e spese esclusivamente pei bisogni di s. Lucia (I.°, 6, pp. 104-112).

Come risulta dagli atti della sacra visita del 29 settembre 1532, fatta dal delegato vescovile nella persona di Monsignor Filippo, pel rettore, reggeva la chiesa di Pilcante il cappellano don Biagio Malfatti da Mori, ricomnpensato dal suo principale con 18 ducati annui. Per la prima volta veniamo a sapere che nel nostro paese esisteva già una confraternita della Madonna. Le anime di comunione, nella cura, salivano a 80; delle altre il cappellano non seppe dire il numero. Nessuna riparazione s’era ancor fatta alla chiesiola di s. Lucia. Perciò il delegato vescovile volle che venisse convocata la regola del luogo, la quale dovesse decidere, se e quanto fosse disposta a spendere in siffatto lavoro. Incaso di rifiuto, il sunnominato Lorenzo Cavagna se lo assumebbe lui a proprie spese, a patto che la Vicinia perdesse e rinunziasse quind’anzi ogni diritto sulla detta cappella. In questa visita venne inculcato di restaurare la pala di s. Martino, di fornire un lavandino pella sacrestia, un vasetto per l'olio santo e una lanterna (VII.°, 7, pp. 179-187).

Dopo don B. Malfatti, come si ha dalla relazione della visita del 1535, a far le veci dell'arciprete Betta nella cura d’anime di Pilcante, era sul luogo don Francesco Villa da Riva, che morì poi nel paese. Nella cappella di s. Lucia, pur sempre in deplorevole stato, è detto che si celebrava il giorno della Santa. Essa era sotto la diretta custodia e sorveglianza di Lorenzo Cavagna, laico, il quale invitato a dire se, all'uopo, avesse avuto dall’autorità qualche mandato particolare, non seppe mostrare alcun documento, e si giustificava  appoggiandosi alla lunga consuetudine (I.°, B, 22). Nel frattempo era sorta in Piicante anche la confraternita del Santissimo. Essa prosperava nel 1539. In quest’ anno, in sacra visita, si fece dovere di imbianchire la chiesa di s. Martino, di costruire un armadio in sacrestia per custodirc i paramenti sacerdotali e di tener registro di tutte le anime ecc. In santa Lucia fù vietato di celebrare (I.°, D, 210-12). Due soli anni passarono da questa visita, e il 28 luglio 1541, l’autorità vescovile, a mezzo d'un suo delegato, fu di nuovo  a Pilcante. Don Betta era morto, pare, l'anno innanzi, e sul posto si trovò, nuovo rettore:

8. Don Zenone Galvagni (?) veronese. I1 Visitatore, rilevata l'impossibilità, per ragioni forse di ristrettezza, di costruire nella chiesa di s. Martino una cappella o altare, come era stato ingiunto dai fondatori del legato Alovisi e Benedetti, commutò questo in un altro obbligo, che però non è detto qual si fosse. Fra le ordinazioni fatte, notaronisi queste: di tener chiuso l'ingresso del cimitero con apposito cancello; di porre il pavimento al portico della chiesa; di provvedere una bacinella pel lavabo ecc. Giova ammettere che, in questi due ultimi anni, siasi racconciata anche la chiesa di s. Lucia; perchè stavolta si lasciò detto soltanto di imbianchirla e di compiervi il pavimento (I.°, F. 75-78), (V.°). In data 1556, un ordine emanato dalla Curia vescovile di Verona, forse in conseguenza di visita, raccomandava agli eredi Saiani, di mandar finalmente a termine la erezione del loro proprio altare, che stava a destra del maggiore, nella chiesa di s. Martino, giusta le disposizioni testarnentarie del fondatore Pietro Antonio ed altri Saiani; al rettore, di far approntare un tabernacolo o trono per portare l'Encaristia nelle processioni; piu di eseguire qualche lavoro al campanile di s. Lucia, procurando di tenerla chiusa e ben pulita (I.°, H, 113). In un vecchio libro dei livelli che si riscuotevano dal rettore di s. Martino, fra gli anni 1553-1557, comparisce in Pilcante un don Domenico Donino. Egli era, forse, un aiutante del rettore, perchè in quello ei si sottosrive “conductor de dicta gesia” (V.°). Frattanto moriva il rettore don Zenone, e nel 1558, alla vedovata clliesa, veniva dato:

9. Don Maffeo Albertini, canonico di Verona. Questa designazione, fatta dall'autorità spirituale della diocesi, spiacque alla nobile e potente famiglia dei signori Madruzzi, la quale, a mezzo d'uno dei suoi, il barone Nicolò, in quel tempo dinasta di Brentonico, manifestò la sua disapprovazione. Allola il vescovo costituì vicario rettorare, intanto che venisse accomodata la faccenda, don Bernardino Galvagni nativo del luogo, il quale coprì quell'ufficio, finchè don Albertini, per evitare ulteriori e inutili attriti con quei signori territoriali, decise di rinunziare, e si ritirò di fatto, lasciando libero il posto a:

10. Don Bernardino Galvagni, il quale, addì 5 febbraio 1560, divenne effettivo rettore di Pilcante (II.°). Dieci anni piu tardi, e precisamenle il 16 settembre 1570, il nostro paese accoglieva festoso nel proprio seno il Vescovo di Verona, reduce da Avio, in visita pastorale. Nulla venne segnalato in questa, tranne, se si  vuole, un solenne discorso d'occasione  tenuto al popolo da don Agostino Muzio ( I.°, 13, 465). In questo frattempo, viveva un don Simone de Benettis  di Pilcante. Egli, nel 1570, fungeva da cappellano di Brentonico, ricevendo dall'arciprete, in ricompensa, 40 ragnesi all'anno, “ultra expensas”. Nel 1595 ei si denomina Saiani8.

Notizie nuove e non indegne di nota, ci furono conservate dalla relazione della visita pastorale del 28 agosto 1595. Si rilevò, in quest'occasione, che oltre il maggiore, con portatile, e colla pala di s. Martino in coro, e quello di S. Nicolò, in muro; esisteva anche un altare della Madonna,  colla statua di Maria custodita in un arca o nicchia di legno. 'I'utti e tre questi altari erano egualmente di legno. Si accennò, per la prima volta, all'esistenza delle campane di una pia associazione, intitolata a s. Lucia ed eretta nella sua chiesa. Si lamentò poi che la chiesa di s. Martino fosse troppo oscura; che il sacro tabernacolo non rispondesse al decoro necessario, emanando analoghi provvedimenti perchè venisse migliorato. Il rettore inoltre venne invitato ad osservare quind'innanzi le prescrizioni del Concilio di Trento, che impongono di tenere, in ogni chiesa curata, i registri dei nati, matrimoni e morti, e al dovere di provvedere una pisside rotonda; con qualche lavoruccio nella chiesa di s. Lucia. (I.°, 16, 198). Così giungiamo all'agosto del 1598, nel quale il rettore Galvagni partì da qnesto mondo per l’eternità. Aperta la gara per la vacante cura d'anime, fra i concorrenti, fu scelto a succedergli:

11. Don Paride Danni fu Paolo, bresciano (II.°). Sotto il suo governo troviamo da r gistrare, in primo luogo, la venuta di Mons. Marcello Carlotti, canonico di Verona, delegato dal suo vescovo a visitare le chiese della diocesi. Fu a Pilcante nell'ottobre 1605. Dalla visita risultò, che il tabernacolo era stato messo a nuovo, e bello; che le anime della cura erano circa 300, delle quali 200 di comunione; che la rendita di s. Martino saliva a 100 ducati, oltre a parecchi minali di grani ecc. La chiesa di Pilcante però, la quale in questa circostanza dall'arciprete di Brentonico, nell'enumerare le chiese soggette, fu detta parrocchiale “ecclesia parrochialis”,  non dovrebbe essere stata in condizioni troppo buone, se si deve credere ai molteplici provvedimenti per essa emanati. Fra questi, accenno particolarmente all'ingiunzione di fare un confessionale e di rimettere il pavimento della chiesa. Fu inculcato inoltre, e lo registro anche a titolo di curiosità, di preparare una cuna pei bambini battezzandi, e di tener separati, in chiesa, gli uomini dalle donne. Anche per s.Lucia, che si disse  ruinosa, si raccomandò le riparazioni necessarie, pena l'interdetto (I.°; 17; 6).

Il 29 aprile 1611, lo stesso Mons. Carlotti, in visita pastorale, reduce da Brentonico, nel nostro paese cresimò 120 persone. Il rettore si rivolse a lui pregando che gli venisse consentito di distruggere uno, il più piccolo, dei due cimiteri esistenti presso la chiesa, per farne un orto, o ampliare la canonica, o trarne qualche altra utile comodità. ll sacro Visitatore, assicuratosi, che il cimitero grande era sufficente ai bisogni della rettoria, concedette il desiderato favore; consigliando però,  che la terra del cimitero piccolo fosse trasportata nell'altro.

Durava in paese e amareggiava gli animi, una controversia per via dei banchi della chiesa. Della cosa s'interessò il Carlotti; e d’intesa colle parti, per giungere ad una più giusta terminazione del dissidio, stabilì, che dal paese fossero eletti due uomini, i quali, insieme col curator d'anime, avessero il compito di far costruire i nuovi banchi, a spese del comune, badando che questi fossero tutti “alla moderna”, cioè uniformi (I.°; 18; 29).

Don Danni, nel 1613, si ritirò, per libera rinunzia, dalla cura di Pilcante, deponendo la propria carica nelle mani del cardinale Carlo Madruzzo, vescovo di Trento e legato pontificio per i paesi della Germania; il quale, nell'anno stesso, mandò a coprirne la sede vacante un:

12. Don Andrea Giovannini da Gardone, diocesi di Brescia (II.°). Assai breve però fu il rettorato di costui, perchè nel 1617, egli era già morto; e in data 13 settembre di quest'anno, fu investito della rettoria di Pilcante:

13. Don Secondo Cipriani di Brentonico (II.°). Qucsti pure mancò ai vivi molto presto, e ad assumerne le funzioni, il 5 febbraio 1618, ritornò:

14. Don Paride Danni ( II.°); il qluale, promosso più tardi e trasferito ad altra sede, lasciava la rettoria a:

15. Don Matteo Marcobruni di Ala, che ne prendeva effettivo possesso nell'anno di grazia 1634 (II.°). Nessuna notizia che sia degna di nota, ci restò da registrare, avvenuta durante i 26 anni del suo governo spirituale; all'infuori di quest'unica, che nel 1658, venne formalmente eretta la confraternita del ss. Sacramento (IV.°, B.389; 3385), dietro dimanda d'autorizzazione presentata l'anno innanzi, al Vescovo diocesano. Questa confraternita, come si e veduto, esisteva gia prima del l539. A quest'anno 1658, probabilmente, devesi assegnare la sua vera o formale fondazione ed erezione ufficiale e solenne; che, pare, sia stata poscia rinnovata il 20 marzo 1682. I confratelli vestivano sacco rosso, e si reggevano a norma di certi capitoli o statuti loro propri, approvati pure nel 1658; e nuovamente, dalla competente autorità, il 2 maggio 1718, in una alla pia associazione stessa (I.°; 59; 58). Nel 1642 viveva un chierico di nome Antonio fu Benetto de Givannis di Pilcante (IV.°, Patrim. 3, p.138).

Il rettore venne a morte il 7 ottobre 1660, e il 2 dicembre successivo fu chiamato ad occuparne il posto:

16. Don Giacomo Mellini di Verona (II.°). Tre anni dopo, su preghiera avanzata dal rettore stesso, il 24 novembre 1663 il papa Alessandro VII, concedeva, alla chiesa e pia associazione di s. Lucia, numerose indulgenze ( I.°, 73; 28). Dopo la morte del Mellini, avvenuta nel maggio 1673, durante la vacanza esercitò le funzioni di vicario don Valentino Passerini di Brentonico; finchè il 9 giugno di quest'anno entrò in officio il nuovo rettore nella persona di:

17. Don Filippo Segarizzi di Avio (II.°). Per soli cinque anni costui tenne la stazione di cura d'anime di Pilcante, cioè fino al 1678. A lui seguì:

18. Don Francesco Venturi di Avio. Sotto il suo governo venne felicemente risolta una incresciosa differenza che s'agitava fra il pastore e il suo gregge. Era nata da molteplici cause; non esclusa, a quanto pare, la pretesa del comune di metter le mani nelle cose sacre, ostacolando la libertà del curator d'anime nell’esercizio del suo ministero. Il rettore infatti, in una dettagliata esposizione delle proprie ragioni, data in scritto, tra il resto esigeva “che il governo della chiesa parochiale di s. Lucia, sia libero e assoluto del rettore; che ntl cimitero non si possi fare alcuna opera laicale come seccar grani o strami, o distender liscie; che ne sieno innalzati i muri tanto che non possino entrar capre o altri animali....e sii fatto un restello alla porta della strada; che alli morti non si possi sonare a campane dopie, ma conforme comanda il Rituale, e che facendosi officii da morto siino poste su l'altari candele decenti, e non dimezzate, et finito l'officio niuno ardisca levare dalli altari li residui di dette candelle, ma restino al sig. Rettore, e a lui dispositione, così anche tutte le altre cere, che accompagna­rono li morti et saranno intorno al funerale conforme alla disposizione del Rituale veronese...; che l'oratorio asserto (del) Santissimo mostri la sua fondatione legittima, et non havendola la procuri in termine di mesi sei....; e che esso (oratorio) non possi sonare le campane della chiesa per loro particolar uso senza espressa licennza del sig. Rettore, nè cantare in tempo che disturbi li divini officii e le fonzioni parochiali....” e inoltre chiedeva “ che le scoladizze (scogli) della fontana “ siano della chiesa come sin hora sono state per uso del broletto vicino...; che la comunità debba dare al Rettore e successori una parte di bosco assegnata per sem­pre in un luogo più comodo alla chiesa...”. A comporre questo litigio, già nel novembre 1680, il vescovo di Verona, su desi­gnazione del Rettore, aveva delegato, il conte Francesco Castelbarco, barone dei quattro Vicariati. Questi, in esecu­zione del suo mandato, citò le parti a comparire, il giorno 8 marzo 1682, a Loppio, nel palazzo della propria residenza. Vi si recarono, per la chiesa di s. Martino e di s. Lucia, il rettore, Pietro Bresavola, Marco Iechel, Biagio Malfatti e Donà Cavagna; a sostenere le ragioni del comune era stato eletto e comparve Giulio Iechel. I quali, mercè l'opera efficace del nobile rappresentante vescovile, riuscirono ad intendersi e por fine alla bega. In forza di tale accomodamento, il comune concedeva la parte di bosco, ma a condizione “che di questo il sig. rettore non habbi uso alcuno”; parimenti  acconsentiva, che gli scogli della fontana continuassero a scorrere nel broletto, ma dimandava in compenso che il rettore facesse, annualmente, “tre processioni, una nel mese di maggio, una nel mese di luglio, e l'altra di settembre9, oltre le due solite della prima e terza Domenica d'ogni mese, et questo per recognitione di detta aqua”. Tutte le altre richieste avanzate dal rettore vennero evase secondo il suo desiderio. Così si finì una dolorosa controversia e in paese si diè origine alle tre processioni che ora si tengono, l'ottava di Pasqua, la terza domenica di luglio e la seconda di ottobre (V.°).

Soli cinque mesi il rettore Venturi sopravvisse a questo avvenimento. Egli mancò ai vivi il lO agosto 1682; e dopo una vacanza di undici giorni, nella quale sostenne la cura d'anime don Benedetto Saiani, ebbe ad erede della sede il nobile signor:

19. Don Giambattista Poli (II.°). Mons. Sebastiano Pisani, vescovo di Verona, giunto a Pileante il 27 maggio 1684, il giorno dopo visitava la chiesa “parrocchiale” di s. Martino. Dagli atti relativi veniamo informati, per la prima volta, ch'essa era consacrata, e se ne celebrava l'anniversario il 15 (?) aprile. Le anime erano 300, delle quali il sacro visitatore ne ammise un certo numero al sacramento della Confermazione. Le entrate annuali del rettore, consistevano in 60 minali di granaglie, 66 brente di uva, e 16 troni di livelli in danaro. Il lume eterno veniva mantenuto per sei mesi dalla confraternita del Santissimo; la quale, in una colle altre pie società, era tenuta a concorrere alla manutenzione della chiesa. A certo Antonio Eccheli fu data licenzia di costruire, d'intesa col rettore, in chiesa, un sepolcro per sè e famiglia: uno ne esisteva già per i Saiani. Per s. Lucia, si ordinò di apporre una graticciata alla finestra che stà a destra della porta maggiore; di provvedere due messali, una pianeta nera, ecc. (I.°; 32; pag. 1 ecc.).

Lo zelo del sacro visitatore, ebbe ad occuparsi, in quest' occasione, d'una controversia, vertente fra la canonica di Pilcante e certo Giacomo Montagna di Ala. Questi in forza di analoga convenzione, stipulata il 20 gennaio 1680, con don Fr. Venturi, “havendo del suo proprio fatto chiudere con muro, alto una pertica, compreso il fondamento, tutto il campo confinante verso l'Adice, col campo di ragione della chiesa di s. Martino, esistente sotto la canonica della medema, per la construtione dispendiosa del cui muro, di benefizio e utile della suddetta chiesa, gli era rimasto libero tutto il terreno, con gli morali et riva fuori del medesimo muro, di ragione della chiesa, di modo che poteva tenere e porte (?) e molino, e perciò prettendeva il. placito” dell'autorità vescovile. Pare, inoltre, che egli vantasse diritti su certa pescheria che il parroco possedeva nel fiume. Don Polli succeduto nella cura d'anime al Venturi, rigettò quel contratto e mosse azione al Montagna, chiedendo “che egli conducesse via il suo molino, levasse le porte (del muro ?) da dove erano, e non dovesse transitare per il sentiero che passa per il campo; o se volesse tenere il molino ove si ritrovava, gli desse 100 scudi per il fitto e per il terreno del sentiero”. Ecco i termini della questione, che, nel 1684, venne rimessa all'autorità diocesana, la quale ne prese nota, e la passò, per una decisione definitiva, al giudizio di don Paolo Ferrari parroco di Ala, e del dottor Madernino Gresta. Ma la faccenda si protrasse, dispendiosa, a lungo, attraverso gli uffici del dottor Francesco Tranquillini, capitano e commissario generale dei quattro Vicariati; del dott. Antonio Salvetti vicario di Avio, ecc. ecc., senza giungere mai ad una soluzione. Finchè le parti, per evitare ulteriori spese, abbandonate le vie giuridiche, vennero nell'unanime determinazione di finirla, rimettendosi in tutto, alla decisione inappellabile di tre arbitri che scelsero, di comune accordo, nelle persone dei dottori Ant. Salvetti, Cesare Malfatti e Madernino Gresta. I quali, udite le ragioni dei contendenti, il 18 nov. l687, stabilirono e sentenziarono “che il sig. Montagna debbi a proprie sue spese perfetionare il muro già da esso, a favore della suddetta chiesa, fabricato, alzandolo al segno di una pertica sopra il fondamento dell'argine, fuori del suddetto campo, e ove il muro fosse una portella con serradora...; che esso Montagna debbi, per una sol volta, pagare, effettivamente in danari contanti, troni novanta, al sig. Rettore....”; e che per tutto ciò, “sia, et restar debbi ad esso Montagna..... proprio, libero e franco tutto l’argine con li morari, et riva dell'Adice fuori del detto muro, che erano di ragione della chiesa. Con obligo però, che esso sig. Montagna, debbi a proprie sue spese mantenere li argini, et riva a segno che, nè per la crescita dell'Adice, che per altro, il suddetto campo della chiesa non patisca alcun danno” (V.°).

In quest'occasione di visita, il vescovo riuscì ad accomodare altra briga che esisteva tra l'arciprete di Brentonico e il rettore di Pilcante per ragioni di precedenza. I termini della sentenza vescovile, emananata in data Avio, primo giugno 168l, sono: “Primo, per via di accomodamento, che il rettore e i futuri di Pilcante, dovessero una sol volta durante la loro vita, presentarsi alla Matrice di Brentonico, e mandare un loro sostituto alle funzioni del sabato santo, il quale dovrebbe avere però dall'arciprete il pranzo e la precedenza sugli altri sacerdoti: secondo; che nella festa di s. Martino, il parroco di Pilcante dovesse, in caso di sua assenza dal paese, preferire, per la messa cantata, il signor arciprete di Brentonico: terzo; che senza pregiudizio dei diritti del parroco di Brentonico, il parroco di Pilcante possa intevenire alle conferenze del clero di Avio, e che il vicario foraneo di Brentonico, possa visitare in Pilcante anche per suo sostituto la dottrinia cristiana”. (I.°, 32, p. 1 e seg.).

ll Visitatore inoltre, annuendo ad analoga dimanda del curator d'anime, stabilì, che le spese visitali venissero suddivise in tre parti uguali, e , accollate, per un terzo al comune, uno alle confraternite, e l'altro alla chiesa. Ma, mentre le confraternite e la chiesa accettaron la decisione vescovile, la comunità si rifiutò.E siccome era viva nel contempo la questione del mantenimento della chiesa e della canonica, ecc., ne naque un acre dibattito, che, per la terminazione. venne dal vescovo deferito al dottor don Quintilio Balista, arciprete di Brentonico. Questi, dopo le solite, interminabili discussioni e tergiversazioni delle parti, con sentenza arbitramentale de1 1696, condannava il comune, a concorrere alla manutenzione della chiesa per l'ammontare di due terzi delle spese occorrenti, restando l’altro a carico delle confraternite; a sostenere, integralmente, quelle necessarie pella conservazione della canonica; e il rettore a dare il pranzo ai cantori più diligenti, ecc. Per ciò che concerne le spese della sacra visita, ratificò la decisione di Monsignor Pisani (V.°).

Con suo testamento 21 gen. 1691, Stefano Saiani fondava una messa perpetua, dominicale, all’altar di s. Nicolo, da celebrarsi da sacerdoti del sangue. A questo legato nel 1748 furono sottoposti cinque fondi giacenti rispettivramente al Soarino, a Binalunga, ai Rizzoli, al Muriello e al Fossa, ai quali don Francesco Antonio Saiani, con disposizione d'ultima volontà del 1793, ne aggiungeva e incorporava un altro in Sabonè (IV.°, B. 326, n. 1199; B. 487, n. 982).

Intanto, attraverso un attività non ordinaria, don Poli giungeva al giorno 26 maggio 1697, che fù anche l'ultimo della sua vita mortale. Per circa un mese resse allora la chiesa, qual vicario, don Benedetto Saiani; e il 24 giugno prese possesso della stessa il rettore:

20. Don Paolo Tomezzoli. Questi, l'anno seguente, dietro ordine e autorizzazione vescovile, fece rimettere la copertura al “ casale della calonica di s. Martino” (V.°).

Il 30 nov. 1703, i capifamiglia di Pilcante, riconoscenti a Dio d'esser scampati immuni dalle recenti invasioni guerresche, adunati “nel portico attacato alla venerabile chiesa di santo Martino”, stabilirono di tenere, ogni anno, una solenne processione, in onore della gran Madre di Dio nel giorno della sua incoronazione, seconda domenica di ottotre (?); di santificare, come nel passato, le quattro feste di s. Rocco, di s. Antonio di Padova, di s. Sebastiano e di s. Margarita, e rispettare come festivo, il giorno della Concezione, 8 dicembre (V.o).

Due anni dopo, il 12 nov., il parroco di Pilcante, su propria richiesta, venne autorizzato a benedire solennemente l'altare di s. Antonio di Padova, costruito nel frattempo, in marmo, dalla pietà e colle offerte dei fedeli, e dotato di vari capitali dalla munificenza di Pietro Bresavola (II.°). A questo altare, nel 1710, certo Bonifacio Montagna di Verona, istituiva un legato di 6 messe al mese, da celebrarsi dai sacerdoti Saiani, fondato su tre suoi stabili al Sabione; e più tardi vi si erigeva la pia confraternita delI'Im. Concezione (V.°).

Nella visita pastorale, tenuta da mons. Francesco Barbarigo, in quest’anno 1710, s’ordinò, di procurare due fanali, di fornire la sacrestia di conopei dei diversi colori liturgici, di incidere sui vasetti degli olii santi le lettere iniziali per distinguerli, di collocare una croce sugli altari della Madonna e di s. Nicolò, di fissare una  grata sul confessionale del coro, di segnare, nel libro dei morti, la causa del decesso, ecc. Per via di mutuo accordo si compose una discrepanza tra il rettore e il comune, nel senso che si facciano le solite processioni sino al capitello, “che nel volto o lungo presso la chiesa, ove sogliono adunarsi gli uomini di consiglio per le occorrenze del pubblico, possino andarvi in conformità al lodo del parroco di Brentonico ‑ 1705 - e del vescovo nella recente visita”, cioè fuori dei tempi delle sacre funzioni o di notte, ecc.; e che nelle feste votive del comune il rettore debba celebrare come in quelle di precetto, ecc. (V.° ).

I confratelli, desiderosi di poter attendere alle loro pratiche religiose, e “cantare e porgere lodi alla gran Madre di Dio”, con più comodità che nella chiesa parrocchiale, approfittarono della presenza del vescovo, per chiedergli facoltà di erigersi un oratorio proprio: favore che venne loro accordato (II.°). E “perchè a quel tempo non si poteva fabbricare in altro luogo”, l'oratorio sorse, in seguito, in onor di s. Anna, sul terreno del cimitero, appresso la chiesa parrocchiale, in luogo fissato, come depose un testimonio, dallo stesso augusto Visitatore “che in persona propria si portò sopra il locho, et con molte persone presenti fu fatto il disegno di piantare il predetto oratorio”. Venne costruito a spese della confraternita, che ne è la proprietaria, ed à  l’obbligo del relativo mantenimento. L’unico altare era di marmo, fino alla mensa, col resto in legno; con portatile; un tabernacolo, pure di legno, e pala o ancona. Dentro l’oratorio, un apposita sepoltura era destinata a raccogliere le spoglie mortali dei contratelli: il tutto approvato e lodato nella visita del 1737 (I.°, 59, p. 58).

Il vescovo diocesano, che era allora mons. Marco Gradenigo, reduce da Brentonico, il primo maggio 1718, giungeva in Pilcante, per visitarvi la chiesa. Al suo arrivo fu accolto ed ossequiato da Luigi Sartori, capitano di giuslizia in Brentonico, mandatovi appositamente da Giuseppe Scipione Castelbalco, barone dei quattro Vicariati, ecc. Il sacro tabernacolo era stato decorosamente indorato “auro de novo linito”; in chiesa v’era un solo confessionale; essa teneva la reliquia di s. Croce autentica, gli olii santi, che si prendevano a Brentonico, erano custoditi in un armadietto nella parete del presbitero in cornu Evangelii, ecc. In paese viveva, oltre il  rettore, don Franc.Antonio Echeli, nativo di lì. Il numero delle anime ascendeva a 400, delle quali 270 di comunione. In santa Lucia si trovò tre confessionali, con licenza del rettore, per le maggiori solennità. Questa chiesa era custodita in quel tempo da un certo Francesco Polli da Vallarsa, il qlale portava un abito da eremita del Terzordine di s. Francesco d’Assisi (I.°, 49, p.38).

I reggenti di Pilcante fecero parola al sacro Presule per ottenere che il parroco desse il solito pasto il primo dell’anno; e perchè nelle feste di primavera e d’autunno celebrasse più per tempo, ecc. (IV.°,B.50;621) All’età di 62 anni, don Tomezzoli moriva, maggio 1721. Nella vacanza funzionarono da vicari, successivamente, don Benedetto Saiani e don Matteo Bongiovanni, fino all’entrata del nuovo pastore:

21. Don Paolo Salvetti di Avio, avvenuta nello stesso anno (II.°), il quale si rese assai meritevole per la costruzione del

 

                            La nuova Chiesa

 

Ai tempi del Salvetti, nel l733, s'era accesa ed arse poi furibonda la guerra tra Francia e Spagna dall’una, e Russia ed Austria dall'altra parte. Questi ultimi si ebbero la peggio, sicchè battuti e cacciati ovunque, specie dall'alta Italia, i loro eserciti in fuga, per le nostre ed altre valli alpine, retrocedevano precipitosamente, inseguiti alle spalle dalle milizie gallo‑ispane vittoriose. Il popolo di Pilcante, in preda a profonda trepidazione, pel fondato timore, che il paese venisse invaso dalle truppe nemiche, che avanzavano baldarzose e avesse a subire le immancabili devastazioni e rovine di simili casi; nel 1735 decisero di ricorrere ai ripari, riponendo la suprema loro speranza negli aiuti del cielo. Raccoltisi quindi nella chiesa, con a capo il zelante pastore, promisero solennemente, e si obbligarono in comune, di erigere una suntuosa cappella alla Vergine del s. Rosario, qualora il paese venisse risparmiato dal paventato, imminente flagello. La loro fiduciosa parola giunse gradita in cielo; e Dio dispose, che Pilcante non fosse funestato dai mali temuti. A1lora, quei nostri nonni, rianimati pel conseguito favore, si diedero tosto all'opera, per sciogliere la solenne promessa. Sfondata all'uopo una parte della parete della chiesa, nel vuoto cosi ottenuto, eressero ben presto la progetta cappella, con altare in marmo. Se non che, agli occhi del rettore la chiesa tutta parve bisognosa d'essere rimodernata e ampliata. Egli quindi, approfittando dell'occasione propizia che gli si presentava, concepì l’ardito pensiero di aggiungere due altre cappelle; di rifare tutto il pavimento; di abbattere il campanile, rifabbricandolo altrove “affin di rendere più maestoso il coro e il presbitero” ecc. I1 grandioso suo progetto, esposto all'architetto Bernardi Tacchi di Milano, ne ottenne l'incondizionata approvazione, la quale venne tosto seguita e ratificata, da quella dell'ufficio spirituale di Verona, data, sembra, a voce. Senza frapporre indugio, nel 1737, si iniziarono i lavori, spingendoli innanzi con grande alacrità, tanto che, nel 1742, la nuova chiesa era giunta a tal punto da potersi dire quasi che finita. Lo prova il fatto, che la Curia vescovile di Verona, in data 30 ottobre di quest'anno, autorizzava il rettore a benedirla. Durante i lavori di ricostruzione, il battistero venne trasportato e tenuto nella sacrestia; il ss. Sacramento invece trovò ospitalità nell’oratorio dei confratelli, dove nel frattempo si tenevano pure i divini uffici (II.°).

Questa l’origine dell’odierna chiesa, che, nata quasi di sorpresa, attrae e incanta lo sguardo di chiunque la miri. E' una costruzione grave, elegante, bella; di stile barocco perfetta nelle linee architettoniche: un tempio che onora gli avi, e merita di essere annoverato fra le migliori chiese della Vallagarina. I cinque suoi altari, e 1'egual stile della chiesa, ànno un pregio non comune, vuoi per la varietà, vuoi per la disposizione e lavorazione artistica dei marmi onde sono formati. Incorniciate in buoni lavori di stucco, la adornano ben dodici tele, taluna delle quali di considerevole valore, specialmente il martirio di s. Andrea e la pala di s. Francesco d'Assisi. Il campanile, maestoso al par della chiesa, venne eretto posteriormente, a spese del comune, su terreno del cimitero, dietro autorizzazione della Curia vescovile di Verona, elargita alla comunità, che ne l’aveva ricercata, nel 1753 (V.°). Esso porta quattro campane di suono assai gradito e melodioso (VIII.°, 221).

Nel corso dei lavori di ricostruzione della chiesa, e precisamenite il 4 giugno 1737, il vescovo di Verona, Giovanni Bragadeno, venne a Pilcante, accolto e accompagnato in chiesa, oltre che dal popolo plaudente, dallo squillo delle campane e delle trombe, e dallo scoppio fragoroso di molti esplosivi “pulsantibus campanis, clangentibus tubis et frequentibus explosionibus”.

Dagli atti relativi veniamo informati, che allora erano in paese i sacerdoti: Giovanni Saiani d'anni 33; G. Battista Gardumi d’anni 34; Antonio Echeli d'anni 32; Francesco Echeli d'anni 50; e Francesco Salvetti; e i chierici Lorenzo Echeli e Antonio Saiani. La parrocchia contava 460 anime; 226 maschi, e 234 fem.; a molti dei quali il vescovo aministrò la Cresima. Si faceva la processione del Corpus Domini nei dì della festa, e a Pasqua si distribuiva i biglietti ai comunicanti. ll parroco possedeva quattro arative con viti e gelsi, “e un poco di prato avanti la casa parochiale”, oltre i livelli in danaro e grano. La chiesa era in costruzione “quae modo est in aedificatione cum duobus cappellis pro duobus altaribus”. Il giorno dietro, di passaggio per Brentonico, il visitatore entrò nella chiesa di s. Lucia, nella qnale notò, che l'altare era mantenuto dalla confraternita della Santa. Nella casa attigua convivevano, a custodia della chiesa, due eremiti terziari di s. Francesco, cioè Girolamo Prandini da Caprino, di anni 58, e Antonio Poli da Vallarsa, d'an. 78. Per s. Martino si lasciò detto, che venisse innalzata una croce sugli angoli del cimitero, dal quale dovevano pure essere divelte, le piante e le viti che vi esistevano “arboresque et vites in eo existentes eradicentur”.

La comunità sollevò lagnanze pel fatto, che si sentiva troppo aggravata dal consumo della cera nei funerali, dovendosi somministrare cera nuova ogni volta. La cosa fu rimessa al vicario di Brentonico e di Avio. Certi Ochenbrun di Avio ottennero che il livello d'uno staio di segala che dovevano alla chiesa di s. Martino, gravante su una loro casa in Pilcante, venissa trasportato ad un campo al Lusanel (I.°, 59, 58). Nascimbeno Zari, con testamento 9 sett. 1740, fondava una messa quotidiana, obbligando all'uopo tutti i suoi beni (IV.°, B. 242, n. 356). Tra questi v'era una casa presso la canonica, la quale era stata venduta dal premissario don Franc. Antonio Echeli per 600 fiorini, senza assicurarne il capitale ricavato. Il parroco perciò nel 1804, fece delle rimstranze a chi di dovere (IV.°, B. 116, n.411); e la Curia vescovile di Trento in data 21 nov. 18l0, richiamava su ciò l'attenzione del suddetto sacerdote (IV.°, B, 145, n. 1170). Nel 1742 furono eseguiti certi restauri intorno alla canonica, e per coprire le spese si alienò un fondo sassosopertinente al Beneficio rettorale (II.°). L'anno dietro, al cessato eremita di s. Lucia Francesco Dalrì di Besagno, succedeva fra Bortolo Ferrari da Poia in Giudicarie, cui nel 1750 seguiva fra Giacomo Francesco de Pauli da Pergine, che nel 1761 lasciava il romitorio a fra Giovanni Prandi (V.°).

Il rettore Salvetti, nel maggio 1745, chiudeva, colla morte, una vita assai operosa, e la sede di cura d'animne, coperta nel frattempo da don Giovanni Saiani, il 12 luglio toccava al novello parroco:

22. Don Filippo Balista di Brentonico, dottore delle leggi (II.°). Questi, nel marzo 1748, dimandò e ottenne licenza di costruire nella chiesa una tomba destinata a raccogliere le spoglie mortali dei parrochi che morissero in paese, e un’ altra per don Antonio Eccheli e famig]ia (V.°).

Nel 1755, i rappresentaniti della comunità di Pilcante, animati dal santo proposito di apportar maggior decoro alla casa di Dio, decisero di fabbricare “la sacrestia nuova in un angolo infruttifero di ragione della canonica, e ad essa contiguo, essendo riputato il più proprio, obbligandosi per questo a far un luogo sotto la stessa sacrestia ad uso dela canonica medema, e accomodare il coperto”.  A tale scopo, il 30 dicembre, un’apposita commissione si porta a Verona, pel chiederne, all'autorità spirituale diocesana, la necessaria facoltà. Il vescovo, accertatosi del consenso del rettore, accondiscese al desiderio dei Pilcantesi, a patto che si eseguissero le condizioni  esposte nella supplica, e le spese stessero a carico del comune (II.°; V.°).

A dì 24 marzo 1761, quei di Pilcante “ricorer volendo alli aiuti divini”, nella dolorosa circostanza che “l'epidemia delle febri maligne”, aveva infestato il paese, tanto “da esservi sino trenta quatro infermi in un istesso tempo”, raccolti a pubblica adunanza, rinnovarono i voti emessi il 30 nov. 1703, “per interpore la intercession della ss. Vergine... nelli presenti bisogni….” (V.°).

In data 30 aprile 1762, entrava in Pilcante monsignor Nicolò Antonio Giustiniani, vescovo di Verona. I1 parroco giaceva infermo; ne sosteneva le veci don Giov.Saiani d'anni 58. Il numero della popolazione saliva a 535 persone. Erano presenti in paese, oltre i ricordati nel 1737, don Franc. Antonio Saiani d'anni 46, don Domenico Eceheli d'an. 24, don Lorenzo Eccheli d'an. 42, don Giuseppe Eccheli d'an. 27, nativi del 1uogo. Il sacro Visitatore amministrò la Confermazione, fra il primo e secondo giorno, a 1127 individui.

In quest'occasione si fece nuovamente parola dei banchi da costruirsi. E' da credersi, che si tratti qui dei banchi che si resero necessarii per l'avvenuto ampliamento della chiesa. I1 Visitatore, su istanza del parroco, rinnovò l’ordine dato l'altra volta, ch'essi fossero tutti della stessa forma e misura, ed escluse affatto le  “careghe”. La chiesa possedeva le reliquie di s. Lorenzo levita, s. Valentino prete, s. Luigi ecc. Nell’oratorio di s. Anna il tabernacolo fu trovato indecoroso, e s'ordino che venisse rinnovato, o sostituito con un migliore. In questo si usava riporre il ss. Corpo di Cristo nella settimana santa, erigendovi il s. sepolcro. L'altare del Rosario, non ancora finito, era di marmo fino alla mensa; quello della Madonna in legno, con portatile, la statua di Maria, veniva mantenuto dalle confraternite del Santissimo e della Madre di Dio. La cappella di s. Lucia stava sotto la custodia dell'eremita Gianantonio Prandi, con patenti dell'autorita vescovile che vennero confermate (I.°, 73, 28).

Ma questa volta, l'augusto Pastore diocesano doveva lasciare, a Pilcante, una memoria particolarmente cara e imperitura. La nuova chiesa, sorta per volontà operativa e sublime sacrificio di un popolo credente -  “qui ecclesiam, quae nimis erat angusta, in ampliorem et elegantiorem formam piorum elemosinis aedificari fecerant “ -  e resa più maestosa ed elegante, era stata soltanto benedetta. Laonde, il rettore e il sindaco del comune, a nome del popolo tutto pregarono il Rev.mo Visitatore di volerla consacrare. Questi, annuendo graziosamente al pio desiderio, la sera dello stesso giorno, nell'oratorio dei confratelli, benedisse e suggellò una teca di piombo, con dentro tre grani d'incenso, una pergamena e le reliquie dei santi Vitale, Prudenzio e Crescenza, che racchiusa poi in una cassettina di legno, artisticamente lavorato, “ eleganti forma constructa”, espose sull'altare di s. Anna, lasciandovela tutta la notte, alla venerazione dei fedeli. Il dì seguente, 1.° maggio, il vescovo, fra l'entusiasmo della popolazione, circondato e assistito dal clero di Pilcante e da altro, compiva, con gran pompa e solennità, il sacro rito della consacrazione e santificazione della chiesa di s. Martino; durante il quale trasportava, e deponeva nell'apposita nicchia dell'altar maggiore, la custodia delle reliquie, benedette la sera innanzi(1.°, 73; 28).

Poco più d'un anno appresso, il 31 agosto 1763, il rettore Balista passava a miglior vita. Don Giov. Saiani, nominato vicario, per tre mesi e mezzo fece la cura d'anime di Pilcante, consegnandola poscia, il 17 dic., a:

23. Don Gregorio Eccheli da Pilcante (II.°) 10. Sotto il suo governo, e forse per iniziativa sua, nel 1765 veniva fondata, con decreto vescovile, in Pilcante, la “ Confraternita degli Assisiani di Pilcante dei quattro Vicariati”, o “Confraternita del sacro cordone e delle Stimate di s. Franeesco”, aggregata all'arciconfraternita romana, e dinastiale di Milano. Era questa una pia associazione di persone d'ambo i sessi e d'ogni classe. Rettore nato ne era sempre il parroco di Pilcante. Chiunque volesse entrarvi, all'atto dell’iscrizione doveva sborsare, alla cassa sociale, 10 soldi, in seguito, lire 2.10 annualmente. I soci erano tenuti a recitare ogni giorno 5 Pater, Ave e Gloria alle 5 piaghe del ss. Redentore, e uno pel sommo Pontefice. Ogni anno, a proprie spese, l’associazione inviava in pellegrinaggio ad Assisi e a Loreto, una diecina di soci che n' avessero espresso il desiderio; spedizione che le costava circa fiorini 100. In morte di ciascuno confratello, essa contribuiva al funerale con lire 50.

Nel 1779 si ricorda, cone priore della confraternita, signore Gincomo Gottardelli dall'Occhio di Mori; e vice priore, Giacinto Poli di Avio. L'istituzione comprendeva oltre 500 soci sudditi dello Stato Veneto; 350 della campagna di Riva; 20 della pretura di Rovereto, oltre a quelli dei quattro Vicariati; compresi personaggi cospicui per censo e nobiltà di natali o d’impiego (IV.°, Miscell., 2, p. 21).  In questo stesso anno, alcuni confratelli pertinenti di Mori, decisero di staccarsi dalla nostra pia associazione, e costituirsi in corporazione propria, indipendente. All'uopo si rivolsero alla competente autorità vescovile che, in data 18 maggio, dava il proprio consenso, approvando eziandio gli analoghi statuti (IV.°, D. p. 23).

Meno di 6 anni, don Eccheli, durò parroco; che il 27 aprile 1769, rinunziò a Pilcante, e passò arciprete e vicario foraneo di Brentonico. Dopo la breve vacanza, nella quale servì don Antonio Balista di Brentonico, il 15 maggio ne fu investito e prese possesso:

24. Don Bartolameo Pilati di Brentonico, dottore in ambe le leggi (II.°). Come risulta da dichiarazione scritta di propria mano, il p. Ambrogio da Rovereto, dell'ordine dei frati Minori, previa licenza del vescovo diocesano, e delegato dal proprio superiore regolare, il 3 maggio 1779, eresse e benedì solennemente la Via Crucis nella chiesa parrocchiale di Pilcante (V.°). Questa erezione, non si sa perchè, venne rinnovata, due anni dipo, dal padre Aniceto da Isera' dello stesso ordine, quando, così egli ci assicura in un suo autografo, munito delle necessarie facoltà, in data 29 ott. 1781, compì la stessa pia funzione nella chiesa di s. Lucia (V.°). Intanto, l'anno prima, sotto il 12 febb. 1780, certo Simone Ragnoto fondava 12 messe perpetue, da celebrarsi la festa, dopo la messa parrocchiale, assicurandole sur un suo stabile al Cirè (IV.°, B, 86, n. 117).

La cronaca, a questo punto, registra un fatto di considerevole importanza per la vita storico ‑ ecclesiastica di Pilcante. Il nostro paese che al par di altri, politicamente era stato soggetto, per lo innanzi, ai governatori territoriali di Trento; per le cose ecclesiastiche invece appartenne sempre al vescovado di Verona. Ma Giuseppe secondo che, per i suoi scopi politici, aveva stabilito di far si, che i limiti ecclesiastici tra il suo impero e la repubblica di Venezia, coincidessero coi confini politici, già prima, nel l783, s’era rivolto al Sommo Pontefice, a questo scopo, esponendo l'imperial suo volere con analoga dimanda che venisse soddisfatto. Ben presto s’aprirono le non facili trattative, tra i vescovi interessati e la s. Sede; le quali si svolsero senza interruzione e punto libere dalle influenze e pressioni politiche di Vienna, attraverso Inusbruck e Trento. Il vescovo di Verona, sollecitato da quello di Trento, in data 4 dic. 1784, cedeva a questo, in modo provvisorio, il governo spirituale delle parrocchie di Avio, Brentonico e Pilcante. “Raccomando dunque intanto, scriveva egli,... le dette parrocchie alla sapienza e caritatevole direzione di V. A. R.ma”. Ma non cosi presto, le nostre chiese, passarono, definitivamente, alla nuova diocesi: s'incontrarono sulla via non poche difficoltà da appianare, e da superare non ingiustificate riluttanze. Finchè, tolto di mezzo, nel lungo corso delle intricate corrispondenze dlplomatiche, ogni intoppo; ed espletate tutte le pratiche necessarie in simili affari; il Papa, che era Pio VI, con decreto 23 agosto 1785, condiscendendo alla volontà de1 potente sovrano, staccava dalla diocesi veronese le parrocchie di “Avio cum Rectoria di Borgheto, Brentonico cun Rectoria di Pilcante”,  e le aggregava in perpetuo a quella di 'I'rento (IV.°, 477, n. 3002; X.°, p. 33). In seguito a questo atto solenne della suprema autorità ecclesiastica di Roma, il vescovo di Trento, Pietro Vigilio dei conti Thun, nella primavera l786, inviava una sua lettera pastorale a tutte le popolazioni, che per tal modo erano giuridicamente entrate a far parte della sua diocesi, allo scopo dichiarato di prenderne effettivo possesso11, senz'attendere, tra altro, la rinunzia definitiva del vescovo di Verona. Questa venne data soltanto l'anno seguente, 1787, quando mons. Giovanni Morosini, che per noi fu l'ultimo veseovo veronese, con atto 22 gennaio, passava e consegnava ufficialmente e in modo assoluto, irrevocabile, al pastore tridentino, le sunnominate chiese, di Avio, Borghetto, Brentonico, Cornè, Prada, con tutte le loro filiali (IV.°, B. 477; 3002).

Nel corso del 1786, il parroco di Pilcante, dando lo stato della sua chiesa, ci fa sapere, che stavano in paese, don Lorenzo Eccheli, don Francesco Antonio Saiani, don Domenico Giuseppe Eccheli d'an. 29, don Franc. Antonio Eccheli d'an. 45, don Pietro Luigi Eccheli d'an. 35, don Domenico Eccheli d'an. 54, e il diacono G. Battista Gardumi. Deplorava inoltre, per 1'odore che ne esalava, esiziale alla salute pubblica, che quasi tutti i cadaveri dei fedeli, si deponessero nelle sepolture della chiesa; che mancasse il cimitero pei bambini; e che quello comune, intorno alla parrocchiale, fosse maltenuto, chiedendo provvedimenti (IV.°, B. 52; 707 ).

A quanto pare, dovrebbe esser sorta qualche difficoltà circa la processione solita a tenersi la II.a domenica d'ottobre. Lo deduco dal fatto che, su preghiera del parroco, inoltrata a nome di tutta la popolazione, la Curia vescovile, in data 16 sett. 1786, concede che si possa continuare a portar la Madonna nella suddetta domenica, come in domanda, “in memoria della così detta incoronazione dell'antedetta imagine”  (IV.°, B, 49; 479).

Accogliendo analoga richiesta dei confratelli del Santissimo, l'Ordinariato P. V. di Trento, a dì 15 dic. 1788, permette loro di visitare il s. Sepolcro, nella settimana santa, in comune, purchè quest'atto non vesta l'aspetto di nna processione ( IV.°, A; p. 230).

Il 3 maggio 1789, don Pilati, dalla vita presente, entrava nell'eternità 12; e il 4 veniva incaricato della cura provvisoria del paese don Franc. Antonio Eccheli; il quale cessò dall'officio il 20 nov. successivo, all'arrivo del parroco:

25. Don Giovanni Chilovi di Taio (IV.°, Invest. 11; 288). In questo cambio di curatori d'anime, i Pilcantesi trovarono che ridire, contro le indebite intgerenze del “Decano di Brentonico”, per la nomina e conferma delvicario durante la vaeanza; e non mancarono d'innalzare rimostranze alla Curia vescovile di Trento, protestando, perchè negli atti ufficiali la loro chiesa era detta: rettoria, anzichè parriocchia, appellandosi alla diversa pratica tenuta in passato dalla Curia di Verona (IV.°, B, 67; n. 124‑34). Cadrebbe qui a proposito dire alcun che delle circostanze della fondazione ed erezione, della nostra chiesa, in parrocchia. Quando avvenne? Tra gli atti d’archivio esaminati, non mi fu dato di rintracciare il documento che ne parli. Dobbianmo accontentarci perciò di quanto dice il Catalogus Cleri del 1910, il quale ne fissa la data all'anno 1770.

Nel 1792, in vista dei magri redditi che davano i fondi della chiesa, il parroco si rivolge alla Curia vescovile, chiedendo di poterli alienare per via d’incanto, e assicurarne poi i1 capitale nella comunità (IV.°, B. 80; 155).

L'anno dietro accadde un fatto, che, sebbene non abbia attinenze dirette colla storia ecclesiastica di Pilcante, merita d'essere qui ricordato. Certo Gregorio Giovanni Pol, d'an. 52, pertinente del Brandeburgo, ma da 20 anni soldato nell’esercito cesareo; essendo protestante, dietro suo desiderio, venne dapprima istruito nelle verità della fede; e il giorno 21 aprile, tra il popolo ammirato, nella nostra chiesa, abiurava spontaneamente, nelle mani del parroco, gli errori del luteranesimo, convertendosi alla pura religione di Cristo (IV.°,B. 83, 108; A. 6; 96).

Nel 1801, G. Batta Valentini lasciava un officio d'anniversario perpetuo (V.°). Si deve credere che in questo torno di tempo, sieno state fuse due campane. Per coprire la spesa occorsa, la fabbliceria aveva contratto un mutuo, di fiorini 400, presso Giuseppe Lupatini di Mori. Instando questi per venire al coperto di tutto il suo avere, ancora fiorini 100, i massari della chiesa, nel 1802, pregando il parroco di somministrar loro questa somma, levandola dalla massa lasciata da certo Facci, della quale egli avevaavuto piena facoltà di disporre in ogni sorta di opere benefiefiche (IV.°, B. 109; 379).

Intanto don Chilovi, 1'undici marzo 1809, era stato trasferito altrove, e a reggere la cura d'anime di Pilcante veniva mandato:

26. Don Agostino Zuech (IV.°, Invest. 12 a. p. 155). Fin dai primi tempi del suo governo, sorse divergenza tra la matrice di Brentonico e la nostra parrocchia, per ragioni di precedenza. Don Zuech, appoggiandosi alle leggi del governo bavaro, che proibivano ogni prestazione di generi, ecc., si rifiutò di pagare alla chiesa madre il solito tributo di ricognizione. Il parroco di Brentonico, riuscito vano ogni altro tentativo, in data primo aprile 1811, esponeva le proprie ragioni all’autorità superiore vescovile. Scriveva egli “questa chiesa matrice di Brentonico, aveva per antichissimo diritto da esiggere dalla cappella di s. Martino di Pilcante, tre secchie di vino buono, senza acqua, fino dal 1520. Dappoi per immemorabile consuetudine ha rascosso ogni anno 18 carantani e tre lire di pesce; e questo dovere lo ritrovo adempito fino al 1674…Questo tributo, indi in poi, fu sempre prestato alla detta Matrice, fino all'ultimo parroco Chilovi. Il presentaneo... don Zuech ha mancato in questa prestazio­ne...”. Persistendo il nostro a contestare le pretese di Brentonico, il parroco di lassù, in altra sua ripeteva: “ che fino da più secoli quella cappella di Pilcante, - così parla una memoria nei catasti di questa chiesa -, debbe a questa Matrice una soma di vino, e soldi veronesi lire una, coll’ob­bligo di venire i cappellani di questa ad aiuto a far l'acqua del Battesimo e tor la Cresima. Questa regola si teneva fin dall'anno 1547. Dappoi, non so per qual cambiamento, il detto rettore ha pagato sempre li l8 carantani, come parte del cattedratico, e lire tre di pesce fino alla venuta…del Zuech; e questo è quello ….che pretendo, in segno di dipendenza, d’essere.... mantenuto in possesso” (IV.°, B. 147; n. 380).

E  supponiamo che vi sia restato, chè non trovo come sia andata a finire questa bega.

Lo stesso anno 1811 il parroco ottiene dalla Curia, la riduzione d'un certo numero di messe gravanti sui fondi della chiesa (IV.°,B. 546;4129).

Dal ragguaglio, sullo stato della parrocchia, che il curator d'anime sottometteva all'Ufficio spirituale diocesamo, il 20 sett. 1815, risulta che, le condizioni delle chiese, erano buone, quello della canonica, deplorevole; che vi esisteva soltanto la confraternita del Santissimo. Le altre, erano forse sparite a causa delle leggi vessatorie e anticristiane, che il regio governo bavaro aveva emanato, nel 1809, dopo essersi impossessato del Trentino; le quali, tra il resto, ordinavano la soppressione di tutte le associazioni religiose ( IV.°, B. 174; 160).

A dì 22 nov. 1817, la fabbriceria di s. Martino dà in affitto perpetuo a Pietro fu Prospero Eccheli, un fondo alla Carbonara, devoluto alla chiesa dal fu Giuseppe Facci, con testamento 1799, ed ora, per la morte della vedova Appollonia, usufruttuaria, passatole in effettivo dominio. II locatario dovrà pagare, ogni anno, 5 fior. e 9 carantani, escluse le cedole, per due capitali attivi fondati su quello stabile; e fior. 10 e 50 car. come livello del campo. Il qual danaro verrà convertito dai massari in tanto pane, da distribuirsi a coloro che parteciperanno alle Rogazioni.

Come in tutte le altre chiese, anche a Pilcante, il di d'Ognisanti 1817, d'ordine delle autorità superiori, venne cantato un solenne Te Deum per la cessata carestia (V.°).

A questo stesso anno devesi ascrivere la costruzione del campaniletto, che sormonta il Coro, portando esso, appunto, questa data. Tre anni piu tardi, i confratelli del Santissimo avevano dato mano a dei lavori di ampliamento della loro chiesetta, divenuta forse insufficente ai bisogni. Nell'ottobre 1820 essa era pressochè finita, e resa ufficiabile; laonde il curator d’anime, sotto il 26 di questo mese, si rivolge al Rev.mo Ordinariato per impetrare la facoltà di benedirla (IV.°  B. 214; 916).

Dopo don Zuech, il governo spirituale di Pilcante, in data 7 ott. 1825, venne conferito a:

27. Don Antonio Rossati da Pedemonte. Egli, per il primo, dopo l'incorporazione della nostra parrocchia alla diocesi di Trento, accolse il veseovo diocesano che, reduce da Brentonico, ginugeva a Pilcante il 19 sett. 1827. Vivevano allora in paese don Dom. Giuseppe Eccheli d'anni 71, don G. B. Gardumi d’anni 70, e don Quintilio Eccheli d'anni 37, maestro di scuola e organista. E’ questa la prima volta chle si fa parola dell’organo. Il sacro visitatore riprovò un calice; e trovò di ordinare l'indoratura di due altri, qualche riparazione ai muri del cimitero; e di inculcare la frequenza alla scuola elementare (III.°, 84, p. 465 e 502). Don Dom. Gius. Eccheli, morto nel 1834, fondò un officio anniversario sur un proprio stabile al Gazetto (IV.°, B. 340; 4129).

Sotto il 10 aprile 1836 la Curia di Trento, accoglieva favorevolmente la dimanda def sig. Giacomo de Angelini di Ala, il quale desiderava erigersi una cappella privata nel suo podere in Campagnola. Sorta questa, in data 24 febb. 1838, l' autorità diocesana concedeva che in essa, oltre i familiari, nel tempo dei bachi e della vendemmia, potessero soddisfare al precetto festivo della messa, anche i coloni (IV.°,B. 423; 2056).

Durante il 1837, la confraternita del SS., era passata ad una revisione o riforma dei propri statuti, e ne aveva dimandato al vescovo la conferma. Ma siccme nella nova forma essi parvero troppo rigorosi, l'autorità non impartì la chiesta approvazione, se non nel 1839, dopo che essi erano stati mitigati (IV.°, B. 360;121; B. 389; 3385).

Nella visita tenuta dal vescovo il 16 sett. di quest'anno, si raccomandò di rinfrescare le pareti della chiesa, macchiate dall'umidità, e d'allargare il cimitero, che non corrispondeva più ai bisogni della cresciuta popolazione, ecc. Erano ancora in vita i sacerdoti Quintilio Eccheli, Massimo Eccheli, Francesco Eccheli, e Domenico Soini (III.°, 88; 186) (V.°); il quale ultimo, in quest'anno, con disposizione d'ultima volontà lasciava alla chiesa il proprio calice d'argento, coll'obbligo di una messa annua; e con codicillo 1845 legava alla stessa 200 fiorini, allo scopo di far tenere ogni tre anni le sante missioni (IV.°, Fondaz. 55, n. 246). In questo tempo la chiesa di s. Lucia era custodita da Giuseppe fu Simone Martinelli dalla Chizzola, eremita, il quale nel 1840 donò ad essa fiorini 118,30, perchè vi venissero celebrate due messe nel tempo dei bachi (V.°).

In esecuzione dell'ordine vescovile sopraccennato, il paese di Pilcante venne nella determinazione, di abbandore il vecchio cimitero e prepararne uno nuovo. Provveduto il terreno, si diè mano tosto all'opera, e nel 1846 il cimitero era bell' e pronto: il 4 aprile vi si aperse la prima fossa (IV.°, B. 604; n. 2917).

Come si deduce da analoga autorizzazione, nell'anno 1847 si sono eseguite certe riparazioni alla chiesa di s. Lucia. Il 1851 portò le quattro campane, che vennero fuse dalla ditta Chiappani di Trento, e benedette l'anno dietro dal parroco all'uopo autorizzato dal Vescovo(V.°). L'anno 1855 fu anno di desolazione e di pianto, anche pel nostro paese: il colera, o morbo asiatico, gli aveva portato via, crudelmente, non meno di 38 vittime, tra uomini e donne (V.°)

Mancato ai vivi il parroco Rossati, il 17 agosto 1857. gli succedeva:

28. Don Germano Bolognini di Riva (V.°, Invest. 12  B. 129). In quest'anno, l'Ordinariato accordava l'implorata facoltà di erigere in Pilcante la congregazione del sacro Cuore di Gesù, fissandone l'indulgenza alla terza domenica del mese (IV.°, B. 525; 1423).

A don Bolognini tenne dietro, l'undici luglio 186l:

29. Don Giorgio Daldoss di Peio. Su domanda da lui presentata a nome di tutto il paese, la Curia di Trento, il giorno 8 ottobre 1866, autorizza il comune a poter usufruire il terreno del vecchio cimitero, per ridurlo a pubblica piazza (IV.°, B. 604; 2917). Con suo testamento 1873, don Massimo Eccheli lasciò alla chiesa una sua casetta in Pilcante, contrada della piazza, più un'arativa al Salesà e altra al Casarino (V.°). Morto don Daldoss, il 5 marzo 1874, ne assumeva l'eredità spirituale:

30. Don Giuseppe Fontana di Sclemo. Sotto di lui, la contessa Melchiori Maria Teresa, maritata Eccheli, donò alla chiesa le due statue di s. Giuseppe e di s. Pietro apostolo, che furono collocate, ed or si vedono, in proprie nicchie, sulle pareti del coro (V.°). Nel 1880 furono costruiti i nuovi banchi della chiesa parrocchiale (V.°).

Dagli atti visitali del 1883, siamo informati, che la chiesa di s. Lucia, oltre la nota casetta e un campo (III.°, 94; p. 1), possedeva un capitale di fior. 99,54 (III.°, 95; 229). Nel 1885, il parroco, messa in disparte la vecchia e venerata statua della Madonna, la sostituì con una nuova, adattando con appositi lavori, decorosamente, la nicchia dell'altare, ecc.; più, fornì un nuovo armadio alla sacrestia (V.°). Nel 1888 spese fior. 30 per certi lavori intorno all’organo; e venne fondata in paese, canonicamente, la congregazione del Terzordine di s. Francesco d’ Assisi (V.°). Quattro anni più tardi si fe' acquisto di un lampadario, e nel seguente 1893 dei damaschi (V.°). Nel tempo che don Fontana tenne la nostra parrocchia, nel 1886, benedisse il tabernacoletto aderente alla casa di G. Battista fu G. Battista Sega, che fu restaurato, e viene mantenuto, dal proprietario (IV.°, B. 715; n. 1863.); e  nel 1889, l'altro, fabbricato l'anno innanzi, in fondo al paese, dai fratelli Giuseppe e Isacco fu Pietro Balconi, l'unico del quale si conosca la data precisa d' origine (V.°).

In data 23 nov. 1895, don Fontana si ritirò in pensione, lasciando la cura provvisoria di Pilcante al vicario don Luigi Piccolrovaz, che servì finchè, il 17 aprile 1896, fu immnesso al governo della nostra chiesa:

31. Don Domenico Bettegada Imer. Lui parroco, la confraternita delle consorelle del Santissimo, che esisteva da molto tempo, il 13 dic. 1897, conseguiva dall' autorità vescovile, la conferma e approvazione dei propri statuti (IV.°, B. 743; n. 1893).

Così, con queste spigolattue, giungiamo alla fine del secolo 19.°; e il trapasso dal vecchio al nuovo, si volle fosse ricordato ai posteri, in una croce di pietra, che fu eretta a questo preciso scopo, nel 1900, nella località detta già “alla croce”, sulla via che porta in Piazzina (V.°), e poi solennemente benedetta dal parroco. Ei benedisse eziandio parecchi dei tabernacoletti, che dalla pietà degli avi furono eretti lungo le vie del paese. Tra questi, la così detta Madonnina, sulla via di Sabbionara, dopo averla ingrandita e portata alla forma odierna; quello dei fratelli Cavagna sulla sinistra del Rio, da essi rifatto nel 1904;. e 1'altro sulla destra, che in qnest'anno, dal proprietario Giambattista Eccheli, venne ceduto al popolo nella persona del curator d'anime (V.°). I1 capitello al Gazetto fu costruito da Abramo Tita, intorno al 1900, dietro consiglio ed eccitamento del proprio fratello, padre Leone, cappuccino 13.

Promosso don Bettega alla sede decanale di Malè, Pilcante, il 25 ottobre 1904, ebbe a pastore:

32. Don Davide Fontana di Levico. Due anni dopo il suo ingresso, ei provvide a far compire l'altar di s. Francesco d'Assisi, che era di marmo soltanto fino ai gradini. L’opera fu eseguita dallo scalpellino Guido Sandri di Ala, su disegno dell'architetto E. Paor, e costò Cor. 3100. Quest`altare, anteriormente, era dedicato alla Madonna.

L'organo, che dapprima stava sulla parete sinistra della navata, di fronte al pulpito, nel 1912 fu trasportato e collocato in fondo alla chiesa. In quest'occasione vi si apportarono considerevoli miglioramenti e riforme. Le prestazioni in ferro e muratura le assunse ed esegui la ditta Parmesani; i lavori in legno vennero affidati alla falegnameria Bosin di Trento; mentre nell'esecuzione della parte fonica-istrumentale si distinse la casa organaria Vegezzi‑Bossi di Torino. Con ciò, la nostra chiesa si arricchi d'un'opera di molto pregio, sotto ogni aspetto. La cassa antica, che fu conservata pel nuovo, à pure un valore artistico non indifferente.                 Il tutto, fatto su progetto Paor, richiese le spesa di Cor. 12.000.  Nelle offerte, per quest'opera, si distinsero, in primo luogo, i fratelli Giuseppe e Rosa Soini ,col cospicuo legato di Cor. 2.000(V.°).

Il primo gennaio 1915, don Davide passò decano ad Ala, e a reggere la cura d'anime di Pilcante, dopo la vicaria occupata dal p. Ernesto Roseti, cappuccino, fu scelto, il 14 marzo di quest’anno:

33. Don Arturo Angelinida Dro. Vanno ascritti a merito del suo zelo vari lavori edilizi‑decorativi, da lui ideati e mandati a termine, col concorso volonteroso del popolo, e dei soldati quì di stanza. Già nell'ottobre di quest'anno, egli riformò l'andito d’ingresso, a sinistra, della chiesa, tra questa e il campanile; che poscia l'abile mano di taluni militari decorò in modo da sembrare una vera devota cappella. Da lui fu del pari aperta la portina che dalla sacrestia mette direttamente sul presbitero; come sono frutto della sua iniziativa e laboriosità, i sensibili miglioramenti fatti alla canonica, specie nella sala, completamente trasformata, sul ballatoio, ecc.

In termine di guerra c'è da notare, che una piccola granata nemica, scoppiata, nell'agosto 1918, sull'angolo sud‑est della chiesa, colle sue schegge andò a colpire, e ruppe la campanella sopra la sacrestia. La Dio mercè però, i danni arrecati da questa, e dalle numerose altre, lanciate contro il paese, durante il lungo conflitto, sarebbero stati lievi e quasi insignificanti, se non si avessero a deplorare tre vittime fra la popolazione. E il paese, che sentì il. singolare beneficio, riconoscente a Dio, volle perpetuarne la memoria; come fece nella lapide, all'uopo eretta e murata, nel 1919, sulla parete destra del presbitero, con incisa la seguente iscrizione:

 

                                     NEGLI ANNI TRISTISSIMI

                                                1914—1918

                 IMPERVERSANDO NEL MONDO LA GUERRA

                                MENTRE IL FERRO E IL FUOCO

                  SEMINAVANO INTORNO STRAGE E ROVINE

                 I CAPIFAMIGLIA DEL COMUNE DI PILCANTE

                           MERCE’ DAL CIELO IMPLORANDO

                          IN NOME DELLE SPOSE E DEI FIGLI

                                  AL GLORIOSO S. GIUSEPPE

                      PROMETTEVANO CON VOTO SOLENNE

          ERPETUO TRIBUTO DI QUOTIDIANE PRECI E LAUDI

                                 NEL MESE A LUI SACRO

                             E A GESU’ IN SACRAMENTO

                   ALCUNE ORE DI UMILE ADORAZIONE

          NEL PRIMO TRIDUO DELLA MAGGIOR SETTIMANA

                              DALL'IMMINENTE ECCIDIO

                     SALVO QUASI A PRODIGIO PILCANTE

               FELICEMENTE ALLA PATRIA RICONGIUNTO

                                     POPOLO E CLERO

                 AL GRANDE PATRIARCA RICONOSCENTI

                              OGGI XI NOVEMBRE 1919

            I L FATTO VOTO CONFERMANO E RINNOVANO

                              MOSTRANDO AI POSTERI

         DONDE NON INDARNO IL SOCCORSO SI ATTENDA

                 NELL'ORA DELLA PROVA E DEL DOLORE

 

Pria di deporre la penna, è pur doveroso fissare qui il nome dei sacerdoti di Pilcante, che vivono presentemente, decoro e gloria del paese nativo. Sono:

Il R.mo Mons. Lodovico Eccheli, canonico - nato il 13 febbraio 1863, consacrato sacerdote l'8 luglio 1888 - cameriere secreto di Sua Santita, il quale, dal 1914, occupa l'alta carica di Vicario Generale della diocesi.

Il molto Rev. Don Alessandro Tita, - nato a dì 21 febbraio 1885, ordinato il 29 giugno 1907, - ora Decano di Ala.

Aggiungo in fine le suore: Rita Peroni tra le Francescane Missionarie; Levina Dossi nelle religiose della Misericordia; e Domenica Cavagna suora di Carità.

A. M. D. G.       

 


          1) Dell' antichita di Pilcante, fanno indubbia fede gli oggetti archeologici, delle eta preistoriche e romane, scoperti, qualche anllo fa, nei pressi del paese, in luogo detto Neravalle. Sull'origille e derivazione, invece, e quindi sul significato proprio del nome Pilcante, gli esperti in materia non anno ancor saputo darci una chiara e attendibile spiegazione. E non potrebbe esso, in realta, essere provvenuto, come si crede comunemente, dal fatto, che ivi sieno state delle pile, per la pigiatura del grano? Comunque,attraverso i documenti scritti, il nome di Pilcante si presenta sotto varie forme. Eccone taluni esempi: 1203 “Pilcantum“; 1285   “de Pulcanto, de Pulcayto“, 1454 “de Plicante“, (Schneller ‑ Tirolische Namenforschunghen); 1240 “in villa de Pugycanto“, (Repertorio, I.°, p. 346); 1303 “Lafrancus q. Pilcantini de Plicanto”; 1340 “terra de Pilcanto”; 1361 “Plicantum”; 1438 “in Plicanto” , (V.°, p. 203, n. 311); 1456 “Albertus q. Nicoloi de Saiano de Applicanto”, “de plicanto”; ecclesia s. Martini “de policanto”, (I.°, p. 57).

 

2) Il Muttinelli e il Perini accolgono la tradizione, che Pilcante, un tempo, abbia appartenuto ecclesiasticamente alla chiesa di Avio. Ma come si spiegherebbe, allora, che se ne sia poscia staccato, per andare con Brentonico, dal quale lo divide 1a maggior distanza, e piu difIicili comunicazioni?

 

3) Questo romitorio possedeva tutto il mobilio di casa, il quale veniva preso regolarmente in consegna da ogni nuovo romito che entrava al godimento della casetta. Secondo un inventario del 1743, esso fu stimato del complessivo valore di troni 150; e consisteva nei seguenti capi:  una botte e un vezoto di larese, un vezotto e una brenta di pezzo; altra brenta e un conzalo; due zasili con il pilon; un tavolino; due casse di pezzo; una salara, panara con spersor dalla farina; un buco delle api; un scan con due carege e una banchetta; una cadena dal fogo con due triangoli, il trepiedi et il zercolo dal fogo; un conzale vecio; un paiazzo con cavaletti con sue asse; unn coperta di pano con due ninzoli; un paroletto con due ramine; due zercoli e un manico da secia; quattro padelle, una cazza di ferro, un menestradore di fero; piu, paletta, moia, gradella, gratarola; dliversi piati di terra con manestradori di legno; due tovalie et tre tovaioli; due corteli, quattro cucciari, quattro pironi, un barlotto dall’olio di banda, una bozetta; un segureto, un focolo, un cazetto (?) e un martelo; un salarino di stagno; un zerlo, e un paro di secie ferade.

Per l'uso di questi utensili, e “per un picciolo campetto doveora (1750) è la fornace”,  l'eremita pagava alla confraternta di s. Lucia, un contributo, ehe in quest' annoera di troni 44. Le qestue poi che egli faceva, nel nostro o in altri paesi, erano sue proprie (V.°).

 

4-5)   Gerola.— Guglielmo Castelbarco, in: Annuario degli studenti trentini, 1901, p. 167; e Hormayr. — Geschichte... Tirol: Erster Theil, p. 600.

 

6) Non mi è dato di specificare meglio, di così, questa fonte, perche l'archivio parrocchiale, giace, non ancora metodicamente ordinato.

 

7) L'atto originale, in pergamena, esteso dal notaio Gliacomo Bianchi, “Iacobus Albus”, si conserva nell'archivio comunale.

 

8) In atti del 1622, in proposito, si legge, ancora “ .. Zuam et Benetto fratelli figli q. ser Francesco delli Benetti over delli Saiani....”

 

9) Un altro esemplare del documento, che esiste nell'archivio comunale, dice che la terza processione si deve fare nel mese di ottobre.

 

10) Prima di venire a Pilcante, don Gregorio era stato parroco di un altro paese della diocesi.

 

11) Dalcastagnè. — La Valsugana con Primiero e Tesino separate da Feltre. Trento, Scotoni e Vitti, 1886.

 

12) Egli fu uomo integerrimo; assai munifico e profondamente erudito nelle scienze teologiche e filosofiche. E’ ricordato nella lapide che si vede murata in chiesa sotto il preibitero. Gli fu cretta da un suo fratello sacerdlote di nome Giacomo.

 

13) Padre Leone nacque a Pilcante il 13 giugno 1864; neI 1883 entro nell'Ordine dei Cappuccini; fu consacrato sacerdote nel 1888, e mori a Rovereto il 24 gen. 1902.

 

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